Alla fine del 1993 agli uomini di Cosa Nostra catanese arriva un ordine: si deve votare per Berlusconi, per un nuovo partito che sta nascere. A raccontarlo, deponendo come teste al processo sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra, è Filippo Malvagna, boss mafioso catanese e oggi collaboratore di giustizia.

“Marcello D’Agata mi disse che bisognava votare per Forza Italia tra la fine del 1993 e l’inizio del 1994. Mi disse che Berlusconi sarebbe stata la nostra salvezza”. D’Agata, consigliere del superboss Nitto Santapaola riferì a Malvagna che l’ordine di votare per la neonata Forza Italia arrivava da Palermo.“Quando si diceva gli amici di Palermo – ha spiegato Malvagna collegato in videoconferenza con l’aula bunker dell’Ucciardone – si intendeva parlare di Riina. Queste stesse cose mi vennero dette anche da un altro affiliato dal gruppo dei Malpassoti che aveva dei parenti, non ricordo se un compare o un cugino palermitano. Disse che gli amici di Palermo gli dicevano che le cose sarebbero state sistemate. Diceva che proprio per questo c’era una direttiva da Palermo, per dire che dovevano essere diminuiti gli omicidi di mafia”.

Malvagna ha anche raccontato degli attentati contro la Standa (all’epoca di proprietà di Berlusconi, ndr) di Catania commissionati dai boss palermitani a quelli etnei. “Dissero che non era solo una normale richiesta estorsiva: serviva per puntare ad altro”. Il pentito etneo ha raccontato anche che nell’estate del 1992 i boss catanesi vennero contattati da un carabiniere, Cosimo Bonaccorso. “La moglie di Provenzano ha un appuntamento con un capitano dei carabinieri per un’eventuale collaborazione” li avvertì il militare. Una storia che trova riscontri nella deposizione in aula da un altro pentito, Antonino Giuffrè: secondo l’ex boss di Caccamo, era da fonti catanesi che nel 1992 era arrivata la voce dei contatti tra Provenzano e i carabinieri.

Malvagna nella sua deposizione ha ripercorso anche gli ultimi mesi del 1991, quando il gotha di Cosa Nostra si riunisce in un casolare nei pressi di Enna per pianificare un’azione di “destabilizzazione della vita del Paese con obiettivi eversivo-separatisti”. È proprio durante quelle riunioni che ad un certo punto Riina ordina ai suoi di utilizzare la sigla Falange Armata per rivendicare omicidi e stragi. Per i pm la Falange Armata, recentemente ricomparsa con una lettera spedita in carcere alla stesso Riina, è il trait d’union tra apparati dei servizi e Cosa Nostra.

L’oscura sigla aveva iniziato a comparire sulla scena poco prima dell’ordine di Riina, il 27 ottobre del 1990, con la rivendicazione dell’omicidio di Umberto Mormile, educatore carcerario proprio all’interno del penitenziario milanese di Opera. In seguito rivendicherà alcuni atti criminali commessi dalla banda della Uno Bianca: in pratica quindi quando Riina la rilancia nel summit di Cosa Nostra la sigla è ancora poco nota. È per questo che gli inquirenti indagano oggi sulla presenza di elementi estranei a Cosa Nostra nel summit di Enna, gli stessi che imbeccano Riina suggerendogli l’utilizzo della sigla del terrore.