Napoli, Toni ServilloAveva iniziato da solo, senza nessuna scuola, senza nessun “protettore”, a Caserta, una terra da cui è difficile arrivare ai grandi teatri italiani. Recitando spinto da una grande passione, ma anche da una tenace volontà. “Per me la più grande soddisfazione non è vincere premi, ma poter vivere facendo quello che ho scelto” racconta Toni Servillo. “Non so come ho fatto ad arrivare fin qui, ma so benissimo a cosa ho rinunciato per arrivarci”. Probabilmente mentre parla pensa alle lunghe tournée senza mai fermarsi per più di qualche giorno, i momenti importanti che non ha potuto trascorrere con la famiglia, con i figli Eduardo e Tommaso di dodici anni (che a volte lo segue in tournée), e la paura che ogni tanto assale chi sceglie per la propria vita una strada incerta, che potrebbe portare alla fama, ma anche alla fame.

Per 200 giorni all’anno lavora in teatro, eppure il pubblico la considera un attore di cinema, che effetto le fa?
 “L’impegno e il sacrificio sono sempre alla base dei risultati che si ottengono. In teatro, da oltre venticinque anni con la mia compagnia Teatri Uniti, mi confronto con drammaturgie classiche e contemporanee, andando in scena per diversi mesi all’anno in Italia e nel mondo. Recitare al cinema è un’attività parallela che svolgo, spesso d’estate, scegliendo con cura sia le sceneggiature che gli autori che me le propongono. Naturalmente essere un attore considerato dal pubblico può solo fare piacere”.


Pensa che l’Oscar che avete vinto riaccenderà anche l’attenzione verso il teatro italiano oltre che per il cinema?
 “L’Oscar rappresenta una novità, inaspettata ed imprevedibile, ma è per me soprattutto un modo di ridurre la distanza con i sogni. Quando ho cominciato nella seconda metà degli anni Settanta, ancora da studente, insieme ad altri coetanei, in una piccola città come Caserta, speravo che a teatro mi accadesse tutto quello che sta succedendo ora. Il cinema invece è arrivato più tardi, come una gradita sorpresa, dopo i quarant’anni. Guardando alla mia esperienza personale, il successo al cinema ha sicuramente attratto attenzione ed interesse di un pubblico più vasto, soprattutto all’estero”.


Che differenza c’è tra il lavoro di attore teatrale e quello cinematografico?
 “I tempi scenici e il rapporto con il pubblico, innanzitutto”.


Ne Le voci di dentro lo spettacolo di De Filippo con cui sta girando in Italia e all’estero si confronta con la più grande famiglia del teatro italiano, i De Filippo, portando con lei suo fratello Peppe. State cercando di recuperare la storia della tradizione delle compagnie familiari italiane o rimarrà l’esperienza di uno spettacolo?
 “Mi sento profondamente legato ad Eduardo in quanto era un drammaturgo-attore che si colloca sempre in quella famiglia di grandi autori, come Molière, che attraverso la commedia riescono ad arrivare al cuore e alla mente del pubblico e a suscitare consapevolezza ed emancipazione, creando grandi copioni pronti per la recitazione. In questo spettacolo, essere due veri fratelli, per giunta nel ruolo di due personaggi a loro volta fratelli, moltiplica l’aspetto seduttivo che la commistione di realtà e finzione opera sul pubblico, proponendo un invito a sciogliere la relazione scenica fra studiata naturalezza e calcolata immediatezza”.


Avete appena portato lo spettacolo a Londra, dopo essere già stati a Marsiglia, Chicago, Girona, San Pietroburgo e Parigi. Come reagisce il pubblico straniero? All’estero conoscono Eduardo De Filippo?
 “Conoscono ed apprezzano Eduardo De Filippo che è il più straordinario e forse l’ultimo rappresentante di una drammaturgia contemporanea popolare, dopo di lui il prevalere dell’aspetto formale ha allontanato sempre più il teatro da una dimensione autenticamente popolare. È l’autore italiano che con maggior efficacia, all’interno del suo meccanismo drammaturgico, favorisce l’incontro e non la separazione tra testo e messa in scena”.


Qual è l’insegnamento più grande che hai ricevuto dalle opere di Eduardo?
 “Non è stato solo il più grande attore italiano del suo tempo ma anche uno straordinario esempio di moralità e dedizione, è questo è ancor oggi molto importante per il nostro Paese. Nell’affrontare le sue opere sono partito, come mia consuetudine, soprattutto da un approfondimento dei preziosi valori presenti nel testo, attraverso la pratica scenica, dapprima nelle prove e poi incessantemente replica dopo replica”.


Ha iniziato a recitare come autodidatta ed è diventato uno dei più apprezzati attori italiani nel mondo. Che consiglio si sente di dare alle nuove generazioni di giovani attori?
 “L’umiltà è un valore importante, se la si possiede, perché come il talento non si può comprare. Credo che alla base dell’umiltà ci sia il lavoro, sempre declinato al plurale, in cui bisogna moltiplicare l’Io per arrivare al pubblico con un Noi sulla scena”.


È fiducioso verso il futuro del teatro?
 “Ho cominciato da ragazzo con un gruppo di amici uniti soprattutto da una grande passione, un elemento che mi accompagna ancora oggi e che permette di reggere a tutte le rinunce e i sacrifici che, al di là delle grandi soddisfazioni, questo lavoro impone. Come potrei non esserlo?”.