Se Marco Biagi avesse avuto una scorta a proteggerlo, oggi sarebbe ancora vivo. Cinzia Banelli lo dichiarò il 21 febbraio 2004 nel processo in Corte d’Assise a Bologna per l’omicidio del professore. Di certo la terrorista delle nuove Br che si pentì e collaborò con la giustizia, è stata sentita dal sostituto procuratore Antonello Gustapane anche per approfondire ulteriormente il senso di quelle dichiarazioni. La sua è una testimonianza che viene ritenuta utile nell’ambito della nuova inchiesta sulla scorta revocata al giuslavorista, che ipotizza, a quanto si apprende ancora a carico di ignoti, il reato di omicidio per omissione.

Il fascicolo è stato riaperto recentemente in seguito all’acquisizione di nuovi elementi trasmessi ai Pm bolognesi: tra questi, gli appunti che l’ex segretario del ministro dell’Interno Claudio Scajola, Luciano Zocchi, scrisse e fece avere al titolare del Viminale, in seguito alle telefonate preoccupate ricevute dalla moglie del sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi, Enrica Giorgetti, e dall’allora direttore generale di Confindustria Stefano Parisi. I due, pochi giorni prima dell’omicidio, erano preoccupati per Marco Biagi.

Zocchi è stato risentito, così come lo stesso Sacconi e, nei giorni scorsi, gli ex ministri della Funzione Pubblica, Franco Frattini, e del Lavoro, Roberto Maroni. Gli inquirenti, audizione dopo audizione, stanno ricostruendo il quadro, riannodando i fili delle responsabilità di chi decise che Biagi poteva non essere protetto. Dopo aver sentito politici, uomini della scorta, e funzionari ministeriali, in segreto è stata convocata Banelli. L’audizione è cominciata in mattinata, in una caserma dei carabinieri non meglio specificata, e si è protratta per oltre sei ore.

Banelli, la ex ‘compagna So’ (nome in codice di quello di battaglia ‘Sonià), per l’omicidio Biagi è stata condannata a dieci anni e quattro mesi, una pena ricalcolata per l’attenuante speciale sui collaboratori di giustizia. Collegata in videoconferenza con l’aula della Corte di assise di Bologna, nel processo di primo grado disse: “Se il prof. Biagi avesse avuto una scorta armata non avremmo potuto ucciderlo. L’azione non sarebbe stata praticabile”. Di questo le ha chiesto il pm, così come non è escluso che le abbia nuovamente domandato del numero di persone che componevamo il gruppo di fuoco che materialmente attentò e uccise Biagi: una circostanza importante da stabilire in ordine all’utilità della tutela da assegnare a Biagi. Banelli in passato disse che erano due, Mario Galesi che sparò, e Roberto Morandi pronto a intervenire, e che non c’era il ‘terzo uomò che sarebbe stato invece visto da testimoni, non unanimi.

Agli inquirenti spiegò che la scelta di collaborare, di pentirsi, di rinnegare la lotta armata, l’aveva fatta “per poter dare un futuro al proprio figlio”, partorito in carcere. Dal 2009 non è più in carcere, è andata in detenzione domiciliare e ha raggiunto il marito e figlio in una località protetta e segreta.