Nel momento peggiore della crisi, dicembre 2011, il governo Monti decide una liberalizzazione drastica degli orari degli esercizi commerciali per arginare il calo dei consumi. Ora che c’è un refolo di ripresa, si torna indietro: il senatore Angelo Senaldi (Pd) è relatore di un progetto di legge dal consenso trasversale che introduce 12 chiusure obbligatorie per altrettante festività laiche o religiose (sostituibili con una domenica nell’anno, decidono i Comuni).
 
Chi sogna liberalizzazioni e concorrenza in Italia, incluso l’Antitrust, deve rassegnarsi. La politica resta più fedele alla Bibbia (“ricordati di santificare le feste”) che al libero mercato. Anche Papa Francesco si è speso contro le aperture domenicali per ragioni, in questo caso sì, di concorrenza diretta tra shopping e Messa. Singolare il ragionamento dell’onorevole Senaldi: dal 2011 i consumi degli italiani sono crollati di 50 miliardi di euro (è la crisi, bellezza), ma “è difficile dire se la contrazione riguardi la domenica o gli altri giorni, di certo, comunque, le aperture festive non hanno fatto aumentare le vendite”, ha detto ad Avvenire.
Prendendo per buono questo ragionamento approssimativo, si conclude che: i consumi sono in calo per la recessione, le aperture domenicali non sono bastate a contrastare la crisi globale (sarebbe strano il contrario), quindi riduciamo le aperture. Nella speranza di cosa? Mistero.
 
Più onesto l’approccio della Confcommercio. Il suo ufficio studi guidato da Mariano Bella è arrivato alla conclusione che è difficile stimare l’impatto esatto delle aperture domenicali (come sarebbero andati i consumi con una regolamentazione più stringente? Chissà) ma che dai dati a disposizione risulta che gli acquisti tendono a spalmarsi sugli orari allungati. Chi si scapicollava per rifornire il frigo il sabato pomeriggio si è abituato ad avere anche la domenica a disposizione. Il punto è che i benefici sembrano andare quasi soltanto alla grande distribuzione. E quindi la politica, con il progetto di legge presentato da Senaldi, non sta tutelando la qualità della vita degli italiani (che nei sondaggi – commissionati dai supermercati – sono felici di avere orari più flessibili) ma dei piccoli commercianti.
 
Il ragionamento economico è che se i consumi si spostano verso la grande distribuzione, i negozi chiudono e impoveriscono i centri delle città, con danni che compensano ampiamente i benefici dello shopping domenicale. Morale di questa storia: quando non avevamo scelta, abbiamo provato a scommettere sul libero mercato, nel 2011. Appena ce lo possiamo permettere torniamo a essere corporativi e conservatori. Meglio tutelare il sicuro interesse di pochi che correre il rischio di migliorare la qualità della vita di molti.
 
Il Fatto Quotidiano, 11 Giugno 2014