Il decreto Cultura, approvato con il beneplacito di Matteo Renzi, ha confermato l’Iva al 22% per i libri elettronici. Ci risiamo, il Consiglio dei Ministri non è riuscito a dare quel colpo di reni che avrebbe segnato una svolta. Anche se il ministro dei Beni Culturali aveva lasciato intendere la sua intenzione di abbassare l’aliquota al 10%. Niente di fatto, l’Italia si è allineata all’Europa “per non incorrere in sanzioni”…

Ma cosa significa mantenere l’Iva al 22% ?

In primo luogo viene sancita una differenza tra il libro cartaceo e quello elettronico: il primo con Iva al 4%, il secondo con Iva al 22%. E questo si traduce in una penalizzazione delle vendite in un mercato, quello dell’editoria, che vede l’Italia già fanalino di coda in Europa. E poi pone un freno a quella che potrebbe essere una vera “rivoluzione” per la diffusione della lettura a un costo “equo & solidale”.

Oggi, secondo i dati diffusi in questi giorni da Netcomm, negli acquisti online l’editoria vale solo l’1,9%, una pulce rispetto agli altri Paesi, in particolare la Gran Bretagna dove l’e-book corre.

Ma la vera domanda è perché l’Europa penalizza l’editoria digitale? Chi ha interesse a frenare il settore?

In questo momento, oltre ai lettori, vengono penalizzati gli editori italiani che sono costretti a proporre gli e-book con Iva al 22%, mentre Amazon, che ha sede in Lussemburgo, propone gli e-book con l’aliquota variabile a seconda del Paese, come è spiegato nel loro sito, ma per i contenuti digitali per Kindle -ovvero gli e-book in formato proprietario per l’e-reader del colosso americano- l’aliquota è al 3%.

Come è possibile?

E’ il solito gioco delle tre carte, generato principalmente dalla confusione che vige nelle leggi europee. A quanto pare gli eurodeputati non sono ancora riusciti a comprendere la differenza tra e-book (il file o libro elettronico) e l’e-reader (lo strumento che consente di leggere gli e-book). Questa confusione si traduce in leggi che consentono a diversi operatori di vendere gli stessi prodotti con aliquote IVA differenti. Inoltre, alcuni Paesi europei hanno scelto di contravvenire alle leggi europee, applicando agli e-book un’aliquota più bassa beccandosi la reprimenda dell’Unione ma favorendo i lettori e la circolazione dei libri.

Anche se a volerla dire tutta gli editori potrebbero abbassare i prezzi di vendita degli e-book visto che i costi di un libro elettronico sono sicuramente inferiori a quelli dell’equivalente cartaceo.

Con l’e-book vengono eliminati: il costo della carta, della stampa e della distribuzione. Cosa rimane? Il diritto d’autore, la realizzazione dell’e-book e ovviamente i costi fissi di gestione.

L’e-book è dunque uno scossone alla filiera dell’editoria che fino ad oggi è stato un gigante dai piedi di argilla, con fatturati che spesso sono stati calcolati sui libri stampati e non su quelli venduti; con libri che vanno e vengono dall’editore ai distributori alle librerie per poi tornare sotto forma di resi alla casa editrice e poi al macero (sic!).

E bisogna tener presente che in Italia ci sono poi anche casi nei quali, ad esempio Mondadori e Feltrinelli, l’editore fa tutto: pubblica, distribuisce e vende. Insomma una gran confusione che rende il mercato un pachiderm e l’e-book sicuramente potrebbe riuscire a modificare profondamente questa situazione.

Ma forse per l’Italia, o meglio per il sistema, non è ancora arrivato il tempo della rivoluzione digitale