Il Comune di Milano, quando era guidato dalle giunte Albertini e Moratti e sottoscrisse contratti derivati (legati al bond da 1,6 miliardi di euro emesso nel 2005), ha scommesso “con il denaro dei cittadini-contribuenti facendo loro assumere rischi dannosi e inutili”. A scriverlo sono i giudici della Corte d’Appello del capoluogo lombardo nelle severe motivazioni della sentenza con cui ha assolto, ribaltando la sentenza di primo grado, quattro banche (Ubs, Deutsche Bank, Depfa Bank, Jp Morgan), 9 manager ed ex manager imputati per truffa per aver venduto alcuni prodotti finanziari strutturati al Comune. Le banche, secondo i giudici, si sono attenute “alla prassi e alla legge”.

Secondo i giudici della quarta sezione penale della Corte d’Appello, non c’è stata alcuna “fraudolenta attività” da parte di banche o banchieri. Gli istituti di credito tra i più importanti a livello mondiale, e i loro dipendenti, invece, erano stati condannati dal Tribunale nel dicembre 2012 rispettivamente a pagare un milione di multa ciascuno e a pene (sospese) che andavano dai sei agli otto mesi e 15 giorni di reclusione. In secondo grado poi, oltre a stabilire l’assoluzione dalla truffa “perché il fatto non sussiste”, i giudici hanno revocato anche la maxi-confisca di oltre 89 milioni di euro disposta in primo grado a carico delle banche.

Le responsabilità per i giudici d’Appello ricadono sulle amministrazioni. Un Comune importante come quello di Milano non avrebbe dovuto concludere un’operazione (collegata all’emissione del bond) “senza il supporto e l’ausilio di un advisor indipendente” che curasse “la componente economico-finanziaria”. Ci si sarebbe aspettato, invece, scrivono ancora i giudici, che “pubblici amministratori e pubblici funzionari” non si fossero affidati, come è accaduto, nella gestione del denaro pubblico alla “mano invisibile di Smithiana memoria” per poi “stupirsi se le banche perseguono il proprio oggetto sociale facendo profitti”. Sono gli amministratori pubblici, infatti, secondo i giudici, e “non certo” le banche “a doversi confrontare con una complessiva verifica della convenienza economica della ristrutturazione dei debiti” dell’ente pubblico.

Le banche e i loro manager, secondo la Corte, non hanno commesso alcun illecito e hanno rispettato le normative e le prassi finanziarie. Gli istituti di credito, dunque, vanno “liberati da ogni accusa giacché manca il reato presupposto (la truffa, ndr) e non mancano invece modelli organizzativi idonei e efficacemente attuati ben prima degli accadimenti per cui vi è stato processo”. Le banche, infatti, erano imputate in base alla legge sulla responsabilità amministrativa degli enti.