grillo-farage-640L’incosciente giullarata di Beppe Grillo a Bruxelles, a braccetto con l’inquietante macchietta Nigel Farage, conferma – se ancora ce n’era bisogno – il disastro causato dallo smarrimento (o dalla frantumazione, sotto le martellate di una petulante faciloneria) di quella bussola che la cultura politica aveva costruito in oltre due secoli, per orientarsi nelle trasformazioni e nei conflitti. Un’eredità preziosa.

Infatti il campo in cui si svolge il discorso pubblico è quadrimensionale: Destra-Sinistra, Sopra-Sotto. La prima coppia marca l’asse libertà/eguaglianza, l’altra quello dell’inclusione/esclusione (establishment versus anti-establishment).

Non si scappa: ogni posizione/scelta pubblica va a situarsi in un punto di questo campo, tracciato per coglierne il senso; per smascherare chi intenda “ciurlare nel manico” e – quindi – apparire ciò che non è.

Le affermazioni di “postismo” rispetto a questa bussola (soprattutto la negazione dei suoi punti cardinali Destra-Sinistra), all’insegna di un pretenzioso “siamo oltre”, lette in filigrana rispondono a due intenti:

  1. legittimare l’ignoranza propria e – al tempo stesso – gratificare (ruffianamente) quella dei neofiti della politica; ossia la pratica che richiede ben più della volenterosa improvvisazione;
  2. andare all’incetta del maggior numero possibile di consensi giocando sull’indefinitezza, l’ambiguità dell’acchiappatutto.

Insomma, superficialità furbesca. Che può funzionare sul breve, ma che – nel medio periodo – mostra la corda. Come conferma lo sconforto che ora affligge il popolo (spesso generoso ma sempre a rischio di fideismo) dei Cinquestelle; lesionato nelle proprie certezze da due terribili sberle, ricevute in sequenza: il risultato del 25 maggio, che vanifica l’illusione che i propri guru possiedano la bacchetta magica e il repertorio delle parole fatate che garantiscono la perenne vittoria; e i contatti ravvicinati con l’omofobo/xenofobo britannico, che consegna il definitivo referto culturale su Grillo, un vecchio ragazzo anarchico-reazionario che si esprime attraverso il repertorio di facezie da bar di periferia.

Un tipo prepolitico, che dietro all’assertività delle proprie prese di posizioni nasconde insicurezze di fondo (di cui insulto e aggressività sono le più evidenti spie); tanto da avere bisogno quasi fisico del rassicuramento psicologico offerto da un facitore di banalità semplificatorie, cellofanate nel misterico, quale Casaleggio.

D’altro canto, il triste risveglio alla realtà dell’unica forza di opposizione organizzata nazionale diventa immediatamente un problema politico per tutti quelli che non sono disponibili ad adattarsi a un ventennio di tardoblairismo illusionistico renziano.

Da qui l’interesse alle evoluzioni pentastellari anche da parte di chi non aderisce al Movimento; senza con questo esserne spregiatore.

Quanto si percepisce è un latente processo tendente al disincanto, da cui potrebbe derivare un rapido apprendimento di categorie critiche; suffragato dalla sensazione che almeno due terzi dei parlamentari M5S si direbbero portatori di istanze e modelli di rappresentazione latamente di sinistra, mentre un terzo appaiono più esposti agli influssi di una Destra protestataria.

A fronte di questa interessante crescita culturale accelerata – però – stanno emergendo fortissime pulsioni “da establishment” (seppure grillesco), che fanno immediata barriera contro ogni rischio di messa in discussione dell’ordine che assicura loro uno status privilegiato.

Come giudicare diversamente la precipitosa marcia indietro del cittadino Di Battista, che a caldo esprime scoramento per i risultati elettorali e nel giro di qualche giorno si appiattisce sulla vulgata canonica ortodossa del “grande successo”?

Come valutare altrimenti il ritorno sulle scene della cerbera azzannatrice dei dissidenti Roberta Lombardi?