L’Europa deve tornare ad essere un sogno, quello sorto dopo la Seconda Guerra Mondiale, un sogno di pace e di fratellanza tra popoli che hanno sempre avuto in comune molte più similitudini di quante fossero le effettive differenze. A quasi settant’anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, la necessità di una struttura soprannazionale che garantisca la pace nel continente sembra venir meno, forse dimenticata, nonostante la storia recente e ciò che sta accadendo in Ucraina dimostri che il territorio europeo è tutt’altro che estraneo alle guerre.

Serve oggi qualcos’altro per riconoscersi in quella bandiera blu che solo pochi anni fa guardavamo con affetto e speranza. Nell’Europa gli Italiani, assieme agli altri popoli co-fondatori avevano trovato una specie di versione nostrana dello spirito della frontiera, un futuro in cui saremmo tutti stati fratelli e sorelle di una sola, grande comunità. Quello spirito, maggioritario soprattutto nel nostro paese da sempre europeista, è andato in parte perduto con la crisi economica. Nel momento più duro, gli Stati si sono divisi perseguendo strade individuali e rischiando di cadere in una spirale protezionistica. Errori simili a quelli fatti nel ’29 che si sono rivelati immediatamente un rischio, un’interruzione del percorso iniziato così denso di attese comuni. L’Europa si è spaccata tra paesi virtuosi e non virtuosi, ed è calata come una mannaia la troika, dura e spietata ma anche priva di quella solidarietà e capacità di soccorso che è propria delle famiglie forti, che reggono al tumulto degli eventi.

E’ stato naturale vedere svilupparsi nei primi un sentimento di diffidenza nei confronti dei secondi definiti cicale, che a loro volta hanno ceduto alla rabbia e al rancore per regole che sentono imposte, senza flessibilità e sentimento comune, dai primi della classe. L’Europa si è involuta, posseduta com’è stata – per eccesso di timore o anche per prevalenti ragioni di convenienza di patria – da una tecnocrazia elitaria e lontana, che ha limato e raschiato fino a demolire ogni speranza. Le colpe però sono anche spesso racchiuse in quella sufficienza e in quell’astuzia spicciola e controproducente, tutta mediterranea, che non ci ha reso Paese rappresentato e considerato. Scarso il ruolo svolto nei tavoli del Consiglio Europeo, spesso snobbato dai Ministri italiani nel decennio trascorso come anche nelle Commissioni europee – troppe volte non frequentate dai nostri europarlamentari- a tal punto da scoprire a posteriori (sigh!) il danno delle quote latte o di una direttiva Bolkestein….

I primi ad essere oggi delusi sono gli europeisti più convinti, che vedono il loro sogno messo in forte discussione. Il 25 maggio è l’occasione di ripartire da dove ci eravamo lasciati agli inizi del 2000,  per un’Europa che torni ad essere luogo di lavoro proficuo, determinato e quotidiano di convinti e capaci europarlamentari italiani conseguente ad una rinnovata filosofia di sviluppo comunitario ragionato, solidale e sostenibile. Si obietterà che le sfide del prossimo quinquennio sono la difesa comune, la scuola e il lavoro; che è indispensabile integrare sempre di più i sistemi, garantendo pari diritti e dignità ai lavoratori e agli studenti di tutta l’Unione, eliminando gli spread sociali ed economici, che esistono tra i diversi paesi generando distorsioni e sleali concorrenze interne. In effetti, creare sistemi di governo sempre più comuni garantirà risparmi per decine e decine di miliardi di euro per l’Italia, ne è esempio la difesa comune che genererà, da sola, non meno di 8 miliardi di euro di risparmi per l’ Italia, fondi che potranno essere re-investiti per dare una spinta all’economia e all’occupazione e iniziare il percorso verso il reddito di cittadinanza.

Ma tutto questo senza la convinzione positiva non avrebbe vita, le uniche forze che vedo possano dare questa spinta forte e innovatrice sono quelle dell’alleanza socialista e democratica, da sempre le più convinte sostenitrici del progetto, soprattutto in Italia, dove vediamo in questi giorni una corsa ad accaparrarsi la bandiera antieuropeista da parte di movimenti che cavalcano il malcontento puntando il dito sull’Europa invece che verso le inefficienze dell’Italia e di chi l’ha governata e rappresentata. Corriamo dunque il rischio reale di ritrovarci isolati e marginali, incapaci di promuovere azioni volte a risolvere i gap di cui soffriamo.

La filosofia Europea, il sogno dei Padri Fondatori quale obiettivo da raggiungere sarà detonante e capace di decidere il nostro futuro, recuperando quell’idea di Europa dei popoli che ci appartiene ed è crescita di diritti e pace. Questa sarà dunque la vera sfida il 25 Maggio, ridare vigore all’Europa che serve, che abbiamo sognato e voluto recuperandone l’idea di un’Unione di pace, amicizia e benessere.