Cagliari è stata storicamente una roccaforte militare. Secondo Cocco e altri il carattere di capitale della Sardegna è dovuto a questa caratteristica. La sovrabbondanza delle infrastrutture militari, quasi sempre legate a potenze straniere, ancora permane. In una città con migliaia di case sfitte, e migliaia di persone che avrebbero diritto ad una casa, circa il 3% delle aree e immobili della città è destinata alle Forze Armate[1].

È una percentuale enorme! Il Friuli Venezia Giulia, da sempre interessata ad una fortissima presenza militare, ha una percentuale dello 0,5%. In quelle aree ed immobili vi sono spazi per fare case, attività artigianali e commerciali, attività turistiche, sedi culturali e per associazioni, centri per lo sport ed il tempo libero.

Moltissimi di questi beni non sono più utilizzati dai militari. Altri sono utilizzati per odiosi privilegi: si pensi al Campo Rossi o agli stabilimenti di villeggiatura marina.

In tutta Europa, in seguito al venir meno della guerra fredda ed alla progressiva scomparsa della leva obbligatoria, si è posto il problema della dismissione dei beni militari. In Italia ugualmente[2].

In Sardegna, dal 1948, abbiamo un articolo dello Statuto, che è legge costituzionale, rimasto inattuato. L’articolo 14 stabilisce che “la Regione, nell’ambito del suo territorio, succede nei beni e diritti patrimoniali dello Stato di natura immobiliare e in quelli demaniali, escluso il demanio marittimo”. Sino al 1985 l’articolo rimase completamente inattuato. Solamente nel 2007 un’intesa tra la Regione Autonoma della Sardegna ed il Ministero della Difesa stilò un elenco di beni che potevano passare sotto il controllo sardo.

Da allora tutto, o quasi, si è fermato. Cappellacci, con una dichiarazione, ha sostenuto che le spese da sostenere fossero eccessive (60 milioni di euro). A fronte di quella spesa, avremmo avuto un patrimonio straordinario da sfruttare. Invece nulla.

Oggi Cappellacci non è più presidente. In vista della seconda conferenza nazionale sulle servitù militari, prevista per giugno 2014, Pigliaru deve decidere cosa fare sulle servitù e sui beni non utilizzati.
Per la capitale della Sardegna è una partita strategica. A parte il tema delle servitù di morte, sui beni dismessi senza una visione alta, complessiva, d’insieme, quei beni invecchieranno senza che nessuno li usi.

La destra amica del cemento, con l’ultimo PUC (Piano Urbanistico Comunale), ha dato indici di edificabilità a centinaia di ettari di territorio agricolo. A Medau Su Cramu, ed in altre realtà, vi sono casi di abusivismo incancreniti e da risolvere. Riconvertire la città al principio europeo del “volume zero” si può fare anche se facciamo rientrare le servitù militari nella partita.

Con esse saremo capaci di dare una casa a chi non ce l’ha, e di offrire occasioni di sviluppo ai privati che si vogliono concentrare sulla riqualificazione piuttosto che sul nuovo costruito. Servono nuovi strumenti normativi, ed una battaglia per entrare in possesso dei beni.

Serve coraggio, ed una forte accelerata, da parte della Regione e di AREA (Agenzia Regionale Edilizia Abitativa), che deve allargare il suo sguardo e darsi l’obiettivo di costruire nuove case per chi non può sostenere un mercato gonfiato.

La politica, in generale, la smetta di vivacchiare. I sardi senza lavoro e senza un futuro devono recuperare fiducia nella vita collettiva, non continuare a perderla.




[1]Massimo Lai, Giovanni Sistu, “Beni militari dismessi e dismissibili tra abbandono e riuso urbano. Il caso studio di Cagliari”, in Peris Persi (a cura di), Beni culturali, territoriali regionali – Siti, ville e sedi rurali di residenza, culto, lavoro tra ricerca e didattica, Università di Urbino, Urbino 2001, p. 204.

[2] Cfr. Francesca Turri, “Dismissione e valorizzazione delle caserme”, in Costruire in Laterizio, n. 135, anno 2010, pp. XVII-XXII. Francesco Gastaldi, Ruben Baiocco, “Aree militari e patrimoni pubblici dismessi in ambito portuale in Italia. Qualiprospettive? / Abandoned military zones and public heritage sites in Italian ports. Possible perspectives”, in Portus, n. 23, 2012, pp. 12-17.