“Tolleranza zero” verso i costruttori che vogliono fare i furbi: questa, secondo il segretario americano per i Trasporti Anthony Foxx (nella foto), la lezione che tutti dovrebbero imparare dalla maxi multa comminata alla General Motors per aver taciuto un difetto al blocco dell’accensione che, negli anni, ha portato ad almeno 35 incidenti e 13 morti accertati negli Stati Uniti. Che cosa succedeva? A causa di una molla troppo morbida, la chiave poteva inavvertitamente ruotare all’indietro, spegnendo il motore e disattivando gli airbag. La General Motors ha pensato che fosse meglio ammettere di aver violato la legge e accordarsi con l’ente federale per la sicurezza Nhtsa, piuttosto che continuare a negare come fece la Toyota qualche anno fa, quando fu poi costretta poi a pagare un totale di 50 milioni di dollari in tre multe. Secondo l’Nhtsa, il costruttore americano era a conoscenza del difetto addirittura nel 2001, ma non l’ha comunicato all’ente federale, anzi ha provato segretamente in diverse occasioni a porvi rimedio, fino a quando nei primi mesi del 2014 ha finalmente lanciato una campagna pubblica di richiamo (da 2,6 milioni di veicoli).

“Avevano le informazioni sui difetti e non le hanno dette a nessuno: letteralmente, il silenzio può uccidere”, ha detto il segretario Foxx durante la conferenza stampa di venerdì a Washington. “Non ci sono scuse per chi evita di notificare al governo federale che un difetto mette a rischio la sicurezza”. Negli Stati Uniti la mancanza di trasparenza con i consumatori si paga cara, e presto ancora più cara, se il “Grow America Act” – una sorta di decreto “Cresci America” – spinto dal segretario Foxx e supportato dal presidente Obama fosse approvato dal Congresso: fra le norme per il miglioramento della competitività e il rilancio del lavoro, ce n’è anche una che prevede che la massima multa ammissibile in casi simili a quello del richiamo GM passi da 35 a 300 milioni di dollari, per “mandare un segnale ancora più forte sul fatto che i ritardi non saranno tollerati”. Oltre alla sanzione, l’accordo con l’Nhtsa prevede una serie di controlli periodici, con report sull’andamento del richiamo ogni due settimane e massima accessibilità ai documenti dell’indagine interna avviata dalla GM. Da parte sua, il neo amministratore delegato Mary Barra scrive in una nota ufficiale: “Abbiamo imparato una grande lezione da questo richiamo. Adesso ci concentreremo sull’obiettivo di diventare leader nella sicurezza ed emergeremo da questa situazione come un’azienda più forte”.

All’azienda americana, comunque, non basteranno 35 milioni di dollari per svegliarsi dal brutto sogno. Innanzitutto l’accordo chiude tempestivamente l’inchiesta dell’Nhtsa, ma non le indagini della commissione del dipartimento della Giustizia, e tanto meno le 75 denunce presentate alla corte federale. General Motors dovrà poi presumibilmente ricompensare i familiari delle vittime. E secondo la stampa americana, questo sarà solo l’inizio. Secondo Nick Bunkley di Automotive News, una pioggia di denunce sta per abbattersi sulla GM: un solo avvocato texano, Bob Hilliard, sostiene di avere collegato la morte di 53 persone e il ferimento di altre 273 ai blocchetti difettosi. Del resto, i modelli oggetto nel richiamo – come la Chevrolet Colbalts e la Chevrolet Ions – sono talmente diffusi in America che solo nel 2012, ultimo dato disponibile, 1.752 persone sono morte in incidenti che ne coinvolgevano almeno uno.