Dodici anni sono una vita, se la passi in bici a correre Giri e Tour. Dodici anni fa Cadel Evans, nel Giro del 2002, indossò la prima maglia rosa della vita al termine della tappa che si concludeva a Corvara. La perse subito il giorno dopo. Ora che ha trentasette anni suonati – è nato il 14 febbraio, lo stesso giorno in cui Marco Pantani morì – e un bel po’ di chilometri in più nelle gambe, è tornato di nuovo in rosa: “L’esperienza conta pur qualcosa, o no?”, dice in un buon italiano il campione australiano.

Sorriso e sguardo malizioso, dispensa complimenti ai compagni di squadra che lo hanno aiutato in corsa, soprattutto lo svizzero Steve Morabito, “davvero impressionante, sono molto fiero di lui, del lavoro che ha fatto oggi”. Nel ciclismo un capitano degno di questo nome deve sempre essere riconoscente nei confronti dei suoi scudieri. Infatti li cita uno dopo l’altro, a cominciare da Daniel Oss, altro stakanovista della Bmc, la sua squadra. E’ un vecchio marpione del pedale, sul traguardo verticale di Montecopiolo ha perso due secondi dal giovane Nairo Quintana, il favorito numero uno di questo Giro che nell’ultima settimana sciorina una salita dietro l’altra, sino allo Zoncolan, il giorno prima della conclusione a Trieste.

“Due secondi? Non piango certo per così poco…”. Ma è un segnale… “E allora? In questa prima settimana di Giro è importante essere riusciti a stare davanti, e a mettere da parte un po’ di vantaggio. Cosa succederà dopo, non lo so. I giovani? Ne vedo qualcuno ben messo, come il polacco Majka o l’olandese Kelderman, potenzialmente sono futuri vincitori del Giro, ma adesso sono ancora giovani, io ho invece dalla mia parte l’esperienza…rispetto a dodici anni fa, diciamo che ne ho un pochino di più…”.

Confessa, il furbo Cadel, d’aver anticipato la preparazione invernale proprio per questo Giro, e spera che la buona condizione che sinora lo ha assistito non lo abbandoni. Sa che il Giro è molto aperto, nonostante Quintana. Sa che il test delle prime dure vere salite, come quella del Carpegna, hanno detto che lui può dire la sua. Certo, “l’ultima settimana presenta tappe decisive… o interessanti come quella di Val Martello, che è breve ma tosta. E’ ancora presto per dire chi sta dentro e chi sta fuori”, chiosa Evans con l’aria di aver capito perlomeno chi ancora non si è scoperto e chi è già con le gambe in croce: “Meglio, comunque, stare davanti”, cesella, come a dire, intanto la maglia rosa è sulle mie spalle e non ho intenzione di mollarla, tocca a chi sta dietro attaccare e attaccarmi. La difesa, anche in bicicletta, serve a sfiancare gli avversari. A innervosirli. Li obbliga a rischiare. E, nelle lunghe corse a tappe con montagne assassine, rischiare non sempre paga.