Due poliziotti in servizio, uno alla Camera e l’altro presso la presidenza del Consiglio, agli arresti domiciliari per aver rivelato in tempi diversi informazioni riservate e coperte da segreto istruttorio a politici, imprenditori e alte cariche di apparati pubblici. Dati che carpivano anche da altri uffici e da colleghi per poi comunicarle all’esterno. Sono due fra le 18 ordinanze di custodia cautelare, di cui 13 in carcere e cinque ai domiciliari, emesse nei confronti di altrettante persone tra cui alcuni affiliati al clan camorristico dei Casalesi e in particolare alle famiglie Schiavone-Iovine-Russo ed eseguite dalle squadre mobili di Caserta e Firenze, coordinate dal Servizio centrale operativo (Sco). Le indagini potrebbero incrociarsi, secondo indiscrezioni, con la vicenda della latitanza di Amedeo Matacena che vede coinvolto l’ex ministro Claudio Scajola, arrestato insieme ad altre sette persone l’8 maggio. Oltre alle estorsioni il clan dei Casalesi gestiva un traffico di sostanze stupefacenti servendosi di galoppini casertani, che partendo da Caserta con grandi quantità di droga, li trasportavano ogni settimana nelle diverse province della Toscana.

I due agenti sono accusati di avere rivelato informazioni coperte da segreto istruttorio: al poliziotto in servizio presso la Presidenza del consiglio dei ministri (ufficio tecnico logistico gestionali) – Franco Caputo, napoletano di 56 anni – viene contestato di avere fornito a persone indagate, ritenute affiliate al clan dei Casalesi, informazioni su attività di intercettazione nei loro confronti. Secondo gli inquirenti avrebbe anche reso informazioni segrete e coperte da segreto istruttorio a politici, imprenditori e alte cariche di apparati pubblici. Dati che carpiva anche da altri uffici e da colleghi per poi comunicarle all’esterno. Al poliziotto in servizio presso la Camera dei deputati (Ispettorato generale di Polizia statale) – Cosimo Campagna, 57 anni, originario di San Pancrazio Salentino (Brindisi) – viene contestato di essersi introdotto nella banca dati illecitamente per verificare i precedenti penali di una persona e acquisire informazioni su eventuali procedimenti penali e indagini nei suoi confronti. Secondo l’inchiesta Caputo coltivava numerosi rapporti con facoltosi imprenditori e uomini politici – i cui nomi non vengono riportati nell’ordinanza – per fornire loro notizie riservate, reperite dai sistemi in possesso alle forze dell’ordine (a partire dal cosiddetto “Ced”). Ma tale sarebbe il livello di infiltrazione che a un certo punto in una conversazione intercettata tra due indagati per le vicende estorsive uno di loro spiega che aveva appreso attraverso un suo conoscente “in servizio al Quirinale” che si trovavano sottoposti ad intercettazione.

Tra i destinatari dei provvedimenti emessi dal giudice delle indagini preliminari di Napoli Tullio Morello (14 in carcere e 4 ai domiciliari) su richiesta dei pm della direzione distrettuale antimafia di Napoli Cesare Sirignano, Antonello Ardituro e Alessandro Milita, coordinati dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, figurano persone ritenute dagli inquirenti affiliate alle famiglie Schiavone, Iovine e Russo del clan dei casalesi. I reati contestati, a vario titolo, sono associazione mafiosa, concorso esterno in associazione mafiosa, detenzione di armi, estorsione, traffico e spaccio di stupefacenti.

Ma l’inchiesta appare più intricata di come appare. Innanzitutto negli ambienti investigativi, secondo l’Ansa, si parla insistentemente di un incrocio con l’inchiesta che vede coinvolto l’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola (per il presunto aiuto all’ex deputato di Forza Italia Amedeo Matacena). Anche in quel caso, infatti, è emersa l’ipotesi dell’esistenza di una talpa che avrebbe fornito informazioni riservate all’ex ministro. Al momento si tratta di un’ipotesi tutta da verificare ma sulla quale è concentrata l’attenzione degli investigatori. Proprio oggi, peraltro, è in programma l’interrogatorio di Scajola in carcere.

Ma non solo. In una conversazione intercettata dalle forze dell’ordine, uno dei poliziotti finiti ai domiciliari, Franco Caputo, parla “cripticamente” di fatti del Vaticano. La conversazione risale alla sera del 15 novembre 2012 e l’interlocutore di Caputo è l’amministratore unico di una società milanese a cui l’agente raccomanda cautela. La vicenda in questione è quella dell’inchiesta della Procura di Pescara sulle false fideiussioni: “…questa volta è seria proprio la cosa… questa volta stanno facendo controlli a tappeto con le fideiussioni … e ieri hanno arrestato non so quante persone, compreso un politico… io oggi ho cercato di fare il favore a quello della Curia, hai capito o no, e ho chiesto ad una persona grossa che sta qui… meno parli per telefono meglio è…”.

Sono 10, tra cui affiliati e altri vicini al clan dei Casalesi, le persone residenti in Toscana destinatarie di misura cautelare. Nel corso delle indagini sono stati accertati numerosi episodi di estorsione nei confronti di imprenditori edili originari del Casertano e residenti a Viareggio. Secondo quanto appurato dagli investigatori, i Casalesi gestivano anche un traffico di cocaina che arrivava con cadenza settimanale dalla Campania alla Toscana, in particolare nelle zone della Versilia e della provincia di Pisa (l’area intorno a Pontedera). Tra gli arrestati residenti in Toscana, Franco Galante, originario del Casertano e residente a Viareggio, affiliato al clan, accusato di provvedere alle riscossioni del pizzo per conto della camorra; Danilo Argiolas, originario di Cagliari e residente nel Pisano: broker assicurativo, è accusato di aver acquistato cocaina da persone vicine al clan dei Casalesi e di averla spacciata nella provincia di Lucca; Guerino della Santa, livornese residente a Ponsacco (Pisa), anche lui accusato di spaccio di sostanze stupefacenti; Myroslava Prytula, romena, residente a Ponsacco, accusata di essere uno dei corrieri della cocaina che dalla Campania veniva portata in Toscana.

Gli altri destinatari di misura cautelare residenti e operanti in Toscana si trovavano già in carcere, la maggior parte arrestati nel febbraio del 2013 in occasione della prima tranche di provvedimenti emessi nell’ambito della stessa inchiesta. Due degli arrestati, Arturo Storico e Francesco Dimarco, considerati vicini al clan dei Casalesi, si trovavano già in carcere poiché accusati di essere tra i componenti della banda che il 18 giugno 2012 a Pontedera (Pisa) mise a segno una rapina a un furgone portavalori, in cui un passante rimase gravemente ferito.