“Il tratto di strada romana e la attigua necropoli costituiscono un nuovo polo archeologico della città. Esso ha un valore rilevante anche sul piano scientifico, trattandosi di testimonianze significative del suburbio romano e pre-romano”. Era il gennaio 2003 quando Stefano Musco, ispettore della Soprintendenza archeologica di Roma, commentava le vicende relative ad una delle scoperte più rilevanti nell’ambito dell’archeologia funeraria. Anzi “la più grande necropoli imperiale nota a Roma”.

L’area del rinvenimento, il rettangolo di terreno inedificato a fianco dell’autostrada Roma-L’Aquila, presso il viadotto della Serenissima. L’occasione, le indagini preliminari alla realizzazione della linea ferroviaria Alta Velocità, condotte dalla Soprintendenza archeologica di Roma nel 2003. Unanimemente unico nel suo genere. Nel quale le testimonianze dell’età tardo imperiale sono precedute da fasi differenti, a partire dall’età medio repubblicana. Con significativi cambiamenti funzionali. Dai numerosi canali e fosse di coltivazione ricavate nel tufo affiorante. Ai due invasi stradali scavati nei depositi vulcanici, convergenti presumibilmente in un unico asse stradale. In relazione con queste viabilità alcuni ambienti porticati, di funzione incerta. Fino alla grande necropoli dalla quale provengono oltre 2200 individui. Il tutto nei pressi di un tracciato stradale, quello dell’antica via Collatina. Un tratto di 160 metri di basolato in perfette condizioni. Smontato e accuratamente catalogato. In previsione di una sua ricostruzione sul posto. Che ancora non c’è stata.

Affacciandosi dalla balaustra che delimita via della Serenissima, sul lato della stazione ferroviaria omonima, del “nuovo polo archeologico della città” non c’è traccia. Il grande parco tiburtino-collatino, del quale l’area avrebbe dovuto far parte, rimasto nel cassetto. Il progetto che prevedeva 30 ettari di verde pubblico, tra i quartieri Tiburtino, Casal Bertone, Portonaccio e Collatino nell’ex V Municipio e poi aldilà della A24, negli ex Municipi VI e VII, annunciato con grande clamore nel 2008, realizzato solo in minima parte. Evidentemente senza includere questi spazi.

Nell’area dalla morfologia incerta a dominare è la vegetazione spontanea. In ampi settori i rovi hanno creato un inestricabile tappeto sempreverde. Qui e là ci sono alberi di faggi, di altezze differenti. Si riconoscono delle strade di cantiere e, specialmente nella fascia prospiciente via Andriulli, materiali accatastati. L’ingresso al cantiere si trova poco distante, quasi nei pressi della rampa per la A24. Due grandi pannelli con le indicazioni tecniche dell’opera sono l’unico segnale, in coincidenza di un cancello. L’ingresso è tuttavia possibile dai varchi creati nella rete che perimetra l’area. Anche da qui entrano le famiglie rom che abitano le baracche poste dietro ad alcuni grossi cumuli di terreno. Che ne schermano la vista dall’esterno. Nell’area alcune aree sono recintate dalla caratteristica rete arancio in plastica. Nulla a che vedere con la Tav. Solo avvicinandosi ci si accorge che lì dentro rimane ancora qualcosa degli straordinari resti individuati anni prima dagli archeologi. Sotto i teli del “tessuto non tessuto” adagiati sulle strutture, ma ormai in gran parte strappati, emergono un lungo muro in opera incerta, uno degli invasi stradali scavati nel banco, alcuni resti degli ambienti realizzati a contatto della via Collatina, i pozzi di areazione dell’Aqua Virgo. Forse si conserva in vista dell’altro. Tra le immondizie accumulate dagli abitanti dell’area e i cumuli di terreno artificiale.

Anna Buccellato e Paola Di Manzano, ispettrici della Soprintendenza, nel 1998 a scavi ancora in corso affermavano che “l’ area dovrà essere vincolata per diventare un parco archeologico in questo suburbio miracolosamente scampato al cemento dell’ urbanizzazione selvaggia partita negli Anni ’60”. Un auspicio deluso. Un sogno finora svanito. Il quadrante del Municipio continua a rimanere senza parco. I suoi abitanti ad ignorare cosa si nasconda in quel luogo di abbandono. La città ostinatamente dissipa il suo patrimonio archeologico.