“Si ritira Zanetti, l’uomo che ha sfidato il tempo”. Comincia così l’intervista al quotidiano argentino La Nación, in cui il capitano nerazzurro annuncia l’addio al calcio giocato. Un po’ era nell’aria. Nelle prestazioni sempre più affaticate, nelle apparizioni diradate. Anche nel tristissimo derby di domenica scorsa, vissuto da riserva, in panchina dal primo all’ultimo minuto.

“Sento che è arrivato il momento”, spiega Zanetti. “Dopo la rottura del tendine d’Achille volevo dimostrare di essere in grado di tornare. Ce l’ho fatta, mi sento completo e realizzato. A 41 anni posso dire che il calcio mi ha dato tantissimo, e io mi sono goduto ogni momento”.

Ha ragione, Zanetti. Il calcio gli ha dato tutto: 15 anni di sconfitte amarissime. E poi la gioia irripetibile di vincere tutto ciò che si poteva vincere in una sola stagione. Quello che non dice, nella sua intervista, è che anche lui ha dato tanto al calcio. Forse, se possibile, più di ciò che ha ricevuto.

Diciannove campionati (di cui 15 da capitano), 616 presenze e 12 gol in serie A, 159 nelle coppe europee. Undici trofei vinti. E tutti con una sola maglia, quella nerazzurra dell’Inter. Quasi una seconda pelle. Va da sé che Zanetti resterà una leggenda per tutti i tifosi dell’Inter. Ma non solo per loro. Zanetti è uno dei pochi giocatori di cui nessun tifoso, di qualsiasi fede o provenienza, potrà mai dire male. Perché nel corso della sua carriera ha incarnato tutti i valori dello sport. La tenacia. Il fair-play. Un atletismo quasi alieno. L’attaccamento alla maglia. Una “bandiera”, come si suol dire. Tutto quello che nel calcio moderno, degli eccessi e dei miliardi, non esiste più.

Con la sua faccia da bravo ragazzo e l’attaccatura dei capelli sempre perfetta ha attraversato due decenni di calcio italiano. E adesso siamo arrivati alla fine. Quello (non giocato di domenica) è stato il suo ultimo derby. Le prossime due giornate di campionato saranno le sue ultime partite con la maglia dell’Inter. Quella di domenica contro la Lazio, l’ultima nella sua casa, San Siro.

Col senno del poi ci sono un po’ di rimpianti e tanta malinconia. Sarebbe stato bello congedarlo con una stagione all’altezza della sua carriera, e non nella mediocrità di una corsa al quinto posto che per l’Inter è solo fallimento. Sarebbe stato più onorevole se Mazzarri (ma lui lo sapeva, o è talmente estraneo allo spogliatoio nerazzurro?) gli avesse concesso anche solo un minuto nel suo ultimo derby. Sarebbe giusto che a salutarlo, domenica prossima, ci fosse tutto il popolo nerazzurro. E invece se ne andrà in uno stadio semivuoto, con la Curva Nord (la sua curva) chiusa per i soliti cori di discriminazione razziale.

Ma un epilogo un po’ triste non può cancellare una storia irripetibile. Da giornalista, amante del calcio, tifoso: grazie di tutto capitan Zanetti. Sei stato vent’anni di storia del calcio e dell’Inter. E un po’ anche della mia vita.

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