La rete è google-centrica e il giornalista deve adeguarsi. Dopo aver mandato in pensione taccuini e lettera22, pare che presto farà lo stesso anche con Pc e smartphone. Li sostituirà con i Google glass. Tim Pool, capo delle dirette di Vice.com, l’ha già fatto. La reporter Sarah Hill, anche: è stata la prima giornalista al mondo a condurre una diretta televisiva interagendo col pubblico tramite hangouts. A trovare “ridiculous” la scena è lo stesso Madhav Chinnappa, capo delle partnership internazionali di Google News che, a chiusura del suo intervento al festival del giornalismo di Perugia, gongola nel citare lei e Pool quali precursori del paradigma che vedrebbe nel nuovo gadget di Mountain view il succedaneo più futuribile della moleskine.

Opinione interessata? Boutade pubblicitaria? Forse. Chinnappa avrebbe però tutto il diritto di rivendicare credibilità per il suo scenario. Perché una cosa è certa: l’ex giornalista della Bbc non lavora a un portale qualunque, ha un punto d’osservazione privilegiato sul cambiamento. Dati alla mano, Google News è paragonabile a un vigile che gestisce un incrocio percorso ogni settimana da un miliardo di persone. Tanti sono, infatti, i visitatori unici settimanali che interpellano quella sezione del motore di ricerca, rendendolo tra l’altro detentore incontrastato di una massa incommensurabile di dati su traffico, esperienza di navigazione, trend di comportamento dei naviganti di tutto il pianeta. Dieci miliardi di click al mese per un indice globale composto da sessantacinquemila siti d’informazione accreditati. Un vero e proprio totem, online in 72 edizioni e disponibile in trenta lingue, che ormai ai media detta anche una propria agenda digitale da seguire tassativamente, con strumenti specifici rivolti esclusivamente ai publisher allo scopo di far produrre loro il contenuto più indicizzabile e meglio fruibile dall’utente finale. Il tutto, ovviamente, secondo i canoni Google.

L’azienda di Larry Page e Sergey Brin “suggerisce” ai siti d’informazione di tutto il mondo lo storytelling su cui impostare il giornale online, le modalità di fruizione da creare ed è in grado anche di segnalare gli errori specifici commessi dal publisher. In ballo c’è il responso di un algoritmo rigorosamente robotico che penalizza e declassa i contenuti ritenuti meno appetibili. Chinappa e la product specialist Laurence Foucalt, che lo affianca nella masterclass di Perugia, definiscono Google News un “go away site”: la misura della sua efficienza è data dalla quantità di utenti che cliccano uno dei siti risultati dalla ricerca. L’ha ripetuto anche il suo responsabile, Richard Gingras: “Non è importante avere ora le risposte su come i media debbano cambiare: l’importante è capire le nuove domande”, ha detto nel keynote speech che ha tenuto sabato pomeriggio a Perugia. Per lui “non c’è dubbio che il giornalismo futuro sarà migliore di quello passato: il punto è quanto ci vorrà. Tutto l’ecosistema dell’informazione si sta ricostruendo in un modo diverso. I flussi di pubblico sono cambiati così tanto che le homepage sono in calo: l’esperienza di Wikipedia dimostra però che la ‘persistenza’ della singola landing page ha un valore economico”.

Dal pubblico si leva una voce perplessa: viene fatto notare a Grangis che è Google stesso ad aver consentito all’utente di postare semplicemente le parole e non le Url, penalizzando così homepage e indirizzi dei siti. Google è divenuta in sostanza la porta unica che annulla il valore di ogni altra homepage: un monopolista. Grangis, solenne durante tutto il suo intervento, replica piccato: “Chi vuole può scegliere Bing. Quanto al nostro successo, è dato dal fatto che mettiamo l’utente prima di tutto. In cima ai risultati ci sono sempre i contenuti migliori”. Migliori a loro insindacabile giudizio.