Riceviamo e pubblichiamo la lettera che Francesca Barra, scrittrice e giornalista, autrice di “Tutta la vita in un giorno”, invia al sindaco di Verona Flavio Tosi in merito alla decisione di sanzionare con multe da 25 a 500 euro chi distribuisce “alimenti e bevande” in alcune zone del centro storico. L’ordinanza del primo cittadino della Lega Nord, in vigore fino al 31 ottobre 2014, vieta anche la consegna da parte delle associazioni solidali di cibo, acqua e coperte ai senzatetto anche in periodi primaverili ed estivi non connessi cioè all’emergenza freddo.

Francesca Barra ha condotto su Radio1 Rai “La bellezza contro le mafie” ed è conduttrice tv. Nel 2012 ha pubblicato “Giovanni Falcone un eroe solo” e nel 2011 “Il Quarto Comandamento”, entrambi per Rizzoli. Ha scritto il racconto “Gli spietati” nel libro “Non è un paese per donne”, edito da Mondadori. Ha collaborato con l’Unità, Pubblico e con il settimanale Sette, dove si è occupata di cronaca, criminalità organizzata e donne vittime di ‘ndrangheta. In “Tutta la vita in un giorno” racconta proprio storie di senzatetto.

Gentilissimo sindaco Flavio Tosi,

lei sta promuovendo un’azione disumana e miope. Sta incoraggiando a vergognarsi della povertà. Allontanando uomini e donne dalla carità, come se fossero sagome di cui una città. Si deve vergognare. Ma io mi vergogno che esista la povertà, nel 2014. Che esistano disperazioni del genere. Mi imbarazzano simili misure come quella che Lei ha voluto adottare, che non tengono conto della soglia di povertà in cui le vittime della crisi sono sprofondate.

Mi vergogno di amministrazioni prive di coscienza, della totale assenza di politiche sociali, di sostegni psicologici, superiori ai milioni di poveri che hanno perso tutto a causa di un destino sadico e vigliacco. Sono invisibili fino a quando non invadono i “nostri spazi”. Ma sono umanità tanto quanto noi. E come noi soffrono, sognano, pensano, amano e si amano. Solo con molta più tristezza e rassegnazione. Ho vissuto con i senzatetto per quasi un mese, per un’inchiesta. Ho conosciuto madri di tre, quattro, perfino cinque figli, lavoratrici, mangiare alle mense, dormire nei dormitori, a terra, sui cartoni o sulle panchine. Padri separati, artigiani, ex imprenditori. Persone che hanno dedicato tutta la vita al lavoro, alle responsabilità. Che hanno pagato le tasse. E magari hanno perfino votato per lei e per altri amministratori che oggi li considerano scarti, da tenere alla larga. E le assicuro che se potessero, starebbero volentieri seduti nel salotto di casa, piuttosto che nel centro della sua città, all’aperto, al freddo, al gelo e con scomodità che piegherebbero chi, come lei, forse non ha mai provato nemmeno un giorno a mettersi nei loro panni.

La invito a seguirmi, in forma anonima, per un tour in quello che qualcuno chiama inferno, substrato urbano. Vorrei condurla ad ascoltare passati e storie meravigliose. A lasciarsi affascinare dalla forza, dall’energia, dalla generosità di persone che non hanno più nulla. Tutti dovremmo sederci alla tavola dei poveri, diceva Don Gallo. Ho conosciuto giovani artisti, di grande cultura. Bambini venduti da mafie e giunti da ogni parte del mondo. Anziani sfrattati, che vivono vicino le stazioni. Ho conosciuto, io. Perché ho voluto conoscere i loro nomi. Le loro storie. Perché non mi sono mai seduta su comodi scranni, giudicando cosa fosse giusto, sbagliato, bello o indecoroso.

Le consiglio di non sbandierare la sua fortuna, di non sentirsi esente dal rischio di poter un giorno, perdere improvvisamente tutto ed essere destinato a fame, morte, solitudine, ingratitudine. Il bene e la bontà non fanno notizia, talvolta. Ma non dobbiamo avere paura di sovvertire queste leggi. Perché la bellezza delle nostre città è sostenuta anche dalla generosità dell’animo umano. Forse la solidarietà non basta più. Forse deve diventare più forte il diritto, la giustizia. Il diritto alla vita, all’amore, all’accoglienza.

Lo sa cosa ha detto qualche giorno fa una bambina, in mensa alla sua mamma? Che bello, oggi c’è il cordon bleu. Come se fosse un dono,come se stesse per sedersi al ristorante. Ma quella bambina crescerà, diventerà una donna. Ed io spero che possa incrociare il suo sguardo e quello dei milioni di poveri che lei farà sloggiare dal salotto della sua città, perché sporcano l’equilibrio e l’armonia di Verona. Che non è sua. E una multa a chi dà il cibo in piazza, come se stessero sfamando randagi, lede il diritto alla vita. E’ perfino perseguibile, secondo me, perché non c’è azione più razzista di questa. “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato”, le ricorda nulla?

Grazie

Francesca Barra