Siamo al 71esimo posto del gender gap, indice che misura la differenza tra i generi, stilato dal World economic forum, quelli di Davos insomma, economisti non suffragette.

Ciò nonostante gli italiani fanno fatica ad accettare di essere ritenuti maschilisti, anche se i dati sono lì otto gli occhi di tutti. E di tutte. Invitata dalla Svezia per conoscere il loro sistema di Pari opportunità, al ministero dell’Economia mi spiegavano che si erano molto attivati per passare dal quinto al quarto posto del suddetto indice: quando alle donne veniva agevolata la conciliazione tempo lavoro/famiglia, aumentava il Pil, mi hanno detto contenti. Ah però!

Ma qui da noi si stenta, e dunque le banche si ostinano come muli a non volere far entrare le donne nei consigli di amministrazione mentre ormai in altri Paesi hanno capito da decenni che arricchire il mondo del lavoro con un pensiero “differente”, significa migliorarne l’ambiente e anche anche il profitto.

Il Censis ci ha detto che abbiamo una delle peggiori tv europee per quanto riguarda la rappresentazione umiliante e stereotipata delle donne. Rappresentazione che esercita un’influenza potentemente negativa sulle ragazze, come ci ricorda la prof Chiara Volpato nel suo libro ‘Deumanizzazione’.
Ma tutto cambia, e spesso in meglio.

Da 5 anni, da quando è uscito il documentario Il Corpo delle Donne che denunciava la rappresentazione miserevole delle donne nella nostra tv, lavoriamo nelle scuole per innalzare il livello di consapevolezza sul potere dei media, e la capacità di agire la cittadinanza attiva, che significa sapersi occupare dei propri diritti.

Abbiamo incontrato migliaia di giovani. Sono sorti in questi anni decine di blog che educano ai diritti e alla educazione ai media.

Come tu mi vuoi” è un programma Mediaset che ingabbia le giovanissime in un ruolo ancillare. Dovrebbe chiamarsi “come voi mi volete” o meglio “ come mi vuole la tv italiana” perché non è vero che i ragazzi anelano a ragazzine immobilizzate nel loro look rigidamente velinesco, tutt’altro.

Si chiama mercato, ed ha come obbiettivo la vendita di spazi pubblicitari. Per questo motivo si usano i corpi delle donne. Storia vecchia.

E’ partita una protesta su change.org. L’autrice è giovane e carina: “Meno male!”, ho pensato. Così non verrà tacciata di volere interrompere la trasmissione perché invidiosa. Succede di ascoltare anche questo, purtroppo.
E dunque oggi, ogni qualvolta un programma o una pubblicità ci offende, parte la protesta ferma ma educata, di migliaia di ragazzine e (sorpresa!) ragazzini, che chiedono rispetto.

Giovani attiviste/i crescono,e rendono il Paese migliore per tutte e per tutti noi.