“Risparmiamo 50 miliardi”. I caratteri cubitali dei nuovi manifesti elettorali di Forza Italia lanciano un messaggio chiaro. Gli accordi presi con l’Ue non vanno rispettati: “No al fiscal compact impostoci dall’Europa”. Uno slogan accompagnato anche dalle parole di Silvio Berlusconi: “Ricordo che all’ultimo Consiglio
Europeo al quale partecipai posi il veto ed imposi due clausole – ha detto proprio oggi durante la presentazione dei suoi candidati -.
Facendo i calcoli dopo la presentazione all’improvviso da parte
della Germania, vidi che avremmo dovuto ridurre il debito
 pubblico di 50 miliardi all’anno e chiesi una sospensione dei
lavori”. Ricorda, l’ex Cavaliere. Fa niente se i tagli necessari per rispettare dal 2015 in poi i vincoli imposti dal fiscal compact non supereranno i 7 miliardi annui. Eppure sulla stessa cifra si è basata più di una dichiarazione politica. Di destra, come di sinistra. E soprattutto di chi, come Beppe Grillo e gli esponenti leghisti, sulla sfiducia verso l’Europa ha incentrato la propria campagna elettorale.

Grillo: “Via il fiscal compact o torniamo alla lira”
“Con il Fiscal Compact l’Italia si impegna dal 2015 a ridurre il suo debito in eccesso del 60% del Pil di un ventesimo all’anno per i successivi venti anni – scriveva sul suo blog il leader del M5S l’1 settembre scorso -. L’entità dei numeri in questione è colossale, tale da rendere inspiegabile l’assenza del tema Fiscal Compact dal dibattito politico attuale. Con una crescita futura pari a zero (e non negativa come ora) rispettare il Fiscal Compact significa manovre da 50-60 miliardi di euro di riduzione del debito e un avanzo primario di almeno il 4% per il prossimo ventennio, o una riduzione della spesa pubblica del 15% all’anno oppure a nulla di tutto ciò a patto che si cresca al 3.5% di PIL l’anno. Impossibile”. Un concetto ribadito il 9 marzo: “Il Fiscal Compact, che taglierebbe la spesa pubblica dai 40 ai 50 miliardi all’anno per vent’anni in mancanza di una fortissima crescita, del tutto impossibile, è irrealistico. Consegnerebbe l’Italia alla miseria con tagli neppure immaginabili alla spesa sociale, dalla scuola alla sanità, e ucciderebbe ogni possibilità di ripresa”. E’ di una settimana dopo la proposta all’Ue di abolire il fiscal compact: altrimenti – ha promesso Grillo in un post – il M5S farà un referendum per ritornare alla lira e per riprenderci la nostra sovranità monetaria”.

Per la Lega? “Un cappio al collo da 50 miliardi all’anno”
I vincoli di bilancio europei non piacciono al M5S. E non piacciono alla Lega, che sul fiscal compact dà gli stessi numeri. Già l’11 luglio 2012 il senatore Sergio Divina paragonava la ratifica del fiscal compact a “mettere la testa in un cappio”, prima di spiegare con un ostentato rigore aritmetico che “stabilire che noi dovremo rispettare il parametro del rientro di bilancio di un ventesimo della parte che supera il 60% vuol dire che dovremo arrivare in 20 anni dal 120 e oltre al 60%. Questo molto semplicemente significa rientrare in 20 anni di 60 punti di Pil. Rientrare in 20 anni significa matematicamente rientrare di tre punti di Pil per ogni anno. Fotografando il momento attuale, abbiamo circa 1.600 miliardi di Pil, per cui tre punti di Pil significano circa 48 miliardi di euro”.

Parole così chiare che sette giorni dopo il capogruppo del Carroccio alla Camera Gian Paolo Dozzo annunciava il voto negativo alla ratifica del patto e, accompagnato in conferenza stampa da una squadra di ‘economisti’ della Lega composta da Giancarlo Giorgetti, Maurizio Fugatti e Massimo Bitonci, ribadiva che il trattato ”impegna l’Italia a ridurre il suo debito al ritmo di 40 miliardi l’anno per i prossimo 20 anni con manovre insostenibili per la situazione economica del Paese”. D’accordo l’assessore al Bilancio della Lombardia Massimo Garavaglia che il 25 settembre scorso lamentava: “Nessuno dice dove troveremo i 40 miliardi che servono per arrivare al pareggio di bilancio senza il quale il fiscal compact è inattuabile”.

“Di fiscal compact si può morire”, parola di Brunetta
E poi gli strali del Pdl, lanciati ben prima che fosse Berlusconi a partire alla carica. Ecco cosa diceva il 15 aprile 2012 il senatore del Pdl Lucio Malan: ”L’Italia non può impiccarsi a impegni, come quello di ridurre il debito di 50 miliardi all’anno che imporrebbero un impoverimento del Paese in nome di parametri astratti e disegnati sulle esigenze di altri paesi”.

Impiccarsi, già. Tanto che il 17 aprile Renato Brunetta aggiungeva: “Il fiscal compact rischia di essere la pietra tombale dell’euro e dell’Europa. Si può morire di fiscal compact, si può morire di austerità”. Il 18 luglio il compagno di partito Alessandro Pagano, componente nella scorsa legislatura della commissione Finanze della Camera, ribadiva: ”Il governo non ha ancora chiarito come lo Stato italiano riuscirà a ottemperare gli obblighi derivanti dal fiscal compact e dall’Esm i quali, in base alle stime diffuse, comporteranno nei confronti del Paese, tra rientro del debito e versamento delle quote, uscite superiori ai 60 miliardi all’anno per i primi sei anni e circa 40 per i successivi quattordici”. Valutazioni analoghe quelle espresse cinque giorni dopo in una lettera al Corriere della Sera dai deputati del Pdl Antonio Martino, Deborah Bergamini, Enrico La Loggia, Gennaro Malgieri e Giuseppe Moles: ”L’accordo intergovernativo si traduce in un obbligo italiano per la riduzione del debito di circa cinquanta miliardi l’anno per vent’anni: un’enormità”.

Stime che hanno fatto da fondamenta ai successivi interventi dello stesso Berlusconi: ”Il fiscal compact esprime le idee di una politica di una Germania che è un paese egemone e non è solidale. Dissi che l’Italia non poteva caricarsi l’onere di ridurre il debito pubblico di 45 miliardi, posi il veto e il Consiglio si bloccò” (27 settembre 2012). “Il governo vada alla Ue e dica ‘il limite del 3% all’anno e del fiscal compact ve lo potete dimenticare’”, invitava invece l’ex Cavaliere il 17 giugno 2013 a Pontida. Fino allo slogan di oggi: “Rivedere o annullare il fiscal compact”.

Sinistra e sindacati danno i loro numeri (gli stessi degli altri)
A sinistra sulle stime dei ‘danni’ da fiscal compact si è sbilanciato soprattutto Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista – Federazione della Sinistra: ”Questa misura – spiegava il 2 marzo 2012 – prevede che per i prossimi vent’anni, lo stato italiano tagli oltre 40 miliardi di spesa oltre al pareggio di bilancio. Una follia pazzesca che ricorda da vicino la politica del governo Bruening, che dal ’29 al ’32 in Germania produsse 5 milioni di disoccupati e la conseguente vittoria dei nazisti nella elezioni del ’33”. Concetti ribaditi da Ferrero, seppure con altre parole, più di una volta.

Ma sui numeri da fiscal compact e caduto anche il ben più pacato Matteo Colaninno, responsabile economico del Pd, che l’8 luglio 2013 in un’intervista al Corriere diceva: “Per l’Italia significherebbero 45 miliardi di euro all’anno, è evidente che per noi è una cifra insostenibile”.

Ed ecco i sindacati. Fiscal compact da mettere in discussione, altrimenti – sosteneva il segretario nazionale della Fiom-Cgil Maurizio Landini il 14 marzo scorso – per l’Italia “vuole dire nel futuro attuare manovre per 50 miliardi di euro all’anno di tagli e questo non è assolutamente possibile”. Il giorno prima, invece, era il turno del segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni a sostenere: “Noi abbiamo l’obbligo dei 50 miliardi per il Fiscal compact e nessuno in Europa crede che li pagheremo”.

Twitter: @gigi_gno