The New Yorker considera Philipp Meyer uno dei venti migliori scrittori under40. In effetti. Si vede. Classe 1974, Meyer ha una potenza straordinaria, da vecchio narratore scafato, capace di raccontare duecento anni di storia americana con l’intensità con cui si trattano due minuti di vita privata.

Il figlio (Einaudi, traduzione di Cristiana Mennella) non è un romanzo western, come molti dicono, piuttosto un’Iliade texana: sanguinario come un poema omerico, è allo stesso tempo delicato come la più sottile letteratura moderna. L’effetto è spiazzante, si ha la sensazione di essere davanti a qualcosa di molto antico e insieme di molto nuovo. E’ epica contemporanea, insomma.

E’ la storia di una famiglia di petrolieri, i McCollough, dall’Ottocento ai giorni nostri. E anche la storia di una terra, ferocemente contesa molto prima di essere trivellata. Una storia affidata a tre voci, che appartengono a tre diverse generazioni e si alternano come se la staffetta non esistesse e il tempo alla fine fosse uno solo. Il tempo dei dominatori?

C’è il Colonnello Eli McCollough, che nasce nel 1836 e da bambino viene rapito dagli indiani. Ma non pensate di avere a che fare con Comanche da film hollywoodiano, troppo cattivi o troppo buoni, a seconda dei revisionismi. E’ grande letteratura proprio perché si va oltre, il giudizio non esiste, la crudeltà non esclude mai la tenerezza e il bilancio finale è sempre imprevedibile, ambiguo.

Lo stesso Eli è un personaggio meravigliosamente complesso. Un ragazzo che vede sterminare la sua famiglia ma subisce il fascino dei carnefici, che rifiuta la condizione di prigioniero e impara a farsi strada nel mondo nuovo, facendosi rispettare. Uno che, costretto ad abbandonare gli indiani perché l’unico sopravvissuto a un’epidemia, appena torna alla civiltà non esita a diventare ranger, per combattere fra mille contraddizioni gli stessi indiani che ha amato. Uno che, quando i tempi cambiano, capisce che bisogna rischiare con il petrolio e lasciar perdere il bestiame.

Eli non assomiglia in nulla a suo figlio Peter, che non ha più a che fare gli indiani ma con i messicani, solo la guerra permanente è uguale. Un uomo tormentato, che s’innamora dell’unica sopravvissuta alla strage dei vicini di casa e non è capace di accettare una fortuna legata a tanta violenza. E si chiede perché «il sangue che non appartiene ai tuoi cari potrebbe anche essere vino, o acqua».

Ma «nessuna terra è stata ottenuta onestamente nella storia del mondo» e questa logica, l’unica vincente, la eredita una nipote, Jeannie.

«Ricorda», le insegna il nonno, «le cose non valgono un cazzo se non gli dai il tuo nome». E con lei, miliardaria che ama far soldi più che usarli e ha le stesse ambizioni di un uomo, si arriva ai giorni nostri. A un impero troppo grande per avere un nemico che non sia te stesso e a un trionfo molto simile alla dissoluzione.