Doveva essere una rapina semplice: bottino da 30mila euro e dritte precise suggerite, forse, da una talpa. Si trasformò invece in omicidio. Quella manciata di minuti, in cui va in scena la morte di Franco Cangini, 48enne proprietario di una ditta di recupero metalli di Settimo Milanese (Milano), è rimasta immortalata, attimo per attimo, nelle telecamere di sicurezza dell’azienda, in passato già bersagliata da furti. 

E’ il 19 novembre scorso, sono da poco passate le 7 di mattina. Una Citroen Saxo grigia entra nel piazzale del capannone di Cangini, immerso nella zona industriale alle porte del comune milanese. Il conducente dell’auto, Alberto Meloni, scende, finge di voler vendere o acquistare ferro. Ma in un attimo scivola sul retro del veicolo e apre il bagagliaio, da dove esce il complice, Antonio Rodella, armato di pistola e il volto travisato da un passamontagna (Meloni indossa una maschera bianca), entrambi puntano le pistole contro l’imprenditore e suo figlio Igor, 24 anni. Mentre i quattro dipendenti rimangono impietriti. I due rapinatori tentano di immobilizzare il titolare che reagisce. Calci e pugni. I due rimangono spiazzati. Ma sanno dove cercare i 30mila euro, che si trovano nascosti in un cassetto del bagno, e che alla fine rimarranno lì. Perché Cangini insegue uno dei due. afferra un appendiabiti e inizia a colpirlo violentemente costringendolo alla fuga.

I due banditi saltano in macchina, ma prima di partire Rodella punta la pistola contro Cangini. Il rapinatore preme quattro volte il grilletto della sua calibro 9 e 21. Ferisce al braccio il figlio Igor. E fredda l’imprenditore con tre colpi: al torace, allo stomaco e all’inguine. Quando l’uomo arriva all’ospedale San Carlo di Milano è già cadavere.

Pochi giorni dopo l’omicidio, il 24 novembre, Antonio Rodella, 50 anni pregiudicato, sentendosi braccato si consegna ai carabinieri di Settimo Milanese confessando l’omicidio, senza però dire una parola sul complice, Alberto Meloni. Per lui, 49enne milanese con parecchi precedenti alle spalle, le manette sono scattate venerdì sera intorno a mezzanotte, nei pressi della sua casa in via Neera a Milano. I carabinieri del Nucleo investigativo di Monza, della compagnia di Rho e gli uomini del comando Provinciale di Milano sono arrivati a lui grazie a un’indagine certosina, coordinata dal procuratore aggiunto di Milano Alberto Nobili e dal sostituto Letizia Mannella, e supportata dal Ris. Un lavoro meticoloso fatto di pedinamenti, intercettazioni e riscontri scientifici. Dal quale sono emersi due elementi che hanno inchiodato Meloni. Il primo è il dna ritrovato su un mozzicone di sigaretta, che combacia con quello rimasto impresso sulla maschera indossata durante la rapina e poi lasciata cadere a terra durante la fuga. L’altro particolare riemerge direttamente dal passato dell’uomo, ex padroncino di una ditta di trasporti.

I carabinieri riescono a estrapolare dai filmati poche cifre dalla targa della Citroen utilizzata dai banditi. Vivisezionano le immagini e da qui la scoperta: la targa risulta rubata proprio pochi giorni prima del colpo da un camion della ditta dove il rapinatore ha lavorato. Meloni da quel momento entra nel mirino degli investigatori che lo pedinano e ascoltano le sue conversazioni. Fino all’arresto emesso dal gip Paolo Guidi. Durante l’interrogatorio l’uomo ha subito confessato di aver preso parte alla rapina e all’omicidio di Cangini, adesso si trova insieme a Rodella nel carcere milanese di San Vittore. Le indagini però continuano. Mancano ancora la pistola che ha ucciso, e quella impugnata da Meloni che Rodella dice di aver gettato in un campo vicino a Novara, dove abitava. I militari dell’Arma poi, ragionando su alcuni dettagli della rapina, sospettano che i due siano stati imbeccati da un basista.

Con l’arresto di Meloni i carabinieri chiudono il terzo caso di omicidio commesso nel milanese in due anni. A maggio gli uomini del Nucleo investigativo di Milano, guidati dal tenente colonnello Alessio Carparelli, arrestano Valiano Alessio (46 anni) e Antonio Cavallo (47), responsabili, secondo gli inquirenti, della morte di Ivano Casetto, 48 anni spacciatore, che venne freddato l’8 dicembre 2012 per questioni legate alla droga. Mentre a marzo 2013, sempre il Nucleo investigativo, ricostruisce e arresta il presunto omicida del gioielliere milanese Giovanni Veronesi, ammazzato nel suo negozio di Brera durante una rapina.