Il Governo vuole assicurare un aumento di reddito di 1000 euro l’anno a chi percepisce fino a 1500 euro mensili netti. Ma l’ennesimo intervento sulle detrazioni per il lavoro non può che produrre effetti dirompenti sulla struttura dell’Irpef. 
Aliquote e detrazioni

Negli ultimi tempi si è discusso su come realizzare la proposta del Governo di aumentare il reddito disponibile delle famiglie più povere: se riducendo l’Irpef o viceversa intervenendo sui contributi sociali. (1) In questo articolo ci proponiamo di analizzare gli effetti dell’intervento sull’Irpef prospettato dal presidente Renzi, che, a quanto sembra, dovrebbe consistere in un aumento della detrazione per il lavoro dipendente da 1880 euro a 2400 euro, mantenendola poi fissa fino a 20mila euro, con l’obiettivo di assicurare un incremento di reddito netto di mille euro l’anno per i titolari di redditi fino a 1500 euro mensili netti.

In proposito è bene partire dai fondamentali. In un’imposta progressiva a scaglioni razionalmente costruita le aliquote marginali dovrebbero essere costanti per ogni livello di reddito per non discriminare, a parità di ammontare, tra redditi complessivi con diversa composizione. (2)
Le aliquote medie effettive (crescenti col reddito e quindi progressive) risultano non solo dall’effetto complessivo ponderato della diverse aliquote marginali, ma anche dall’esistenza di deduzioni o detrazioni fisse (per minimo esente, spese di produzione del reddito, carichi familiari, eccetera) che hanno il compito, e l’effetto, di ridurre, anche in modo differenziato, l’incidenza, e al tempo stesso di accrescere la progressività dell’imposta. La differenziazione tra le detrazioni/deduzioni trova comunque un limite nella natura unitaria dell’imposta, sicché continui aumenti di un’unica detrazione (per esempio quella per lavoro dipendente) rischiano di comprometterne l’equilibrio complessivo, creando polemiche, frustrazioni, senso d’ingiustizia, rivalse e rincorse.
In sostanza, le aliquote marginali hanno la funzione di perseguire l’obbiettivo della equità verticale, e le deduzioni/detrazioni quello di realizzare una dose accettabile di equità orizzontale, senza interferire con il prelievo al margine e quindi con gli incentivi individuali. (3) Le aliquote marginali devono quindi essere eguali per tutti, quelle medie possono differire (moderatamente).

Gli effetti della riforma Renzi

Questo modello teorico è non solo quello corretto, ma anche quello più utilizzato nella pratica in giro per il mondo. Ma in Italia non è così. Le detrazioni sono state rese tutte decrescenti per contemperare le esigenze di gettito con quelle perequative, senza rendersi conto delle implicazioni di tale approccio sulla struttura dell’imposta, e quindi sulla equità e razionalità del prelievo.
Inoltre, poiché le detrazioni (decrescenti) sono diverse per lavoratori dipendenti, pensionati e autonomi, le aliquote marginali effettive (nonché quelle medie) risultano diverse a parità di reddito tra i diversi contribuenti. E ancora, poiché anche le detrazioni per carichi di famiglia sono decrescenti, i contribuenti con carichi maggiori sono anche quelli che devono fronteggiare aliquote marginali effettive più alte. La situazione peggiora ulteriormente con gravi effetti di casualità per i contribuenti titolari di più fonti di reddito diverse. L’ennesimo intervento sulle detrazioni, per giunta quelle di una sola categoria, non può che produrre effetti dirompenti sulla struttura dell’imposta.

Nella tabella che segue abbiamo riportato le aliquote marginali effettive per diversi livelli di reddito per un contribuente single, con coniuge a carico, con coniuge e un figlio a carico, e con coniuge e due figli a carico, distinguendo tra le condizioni di lavoratore dipendente, pensionato e autonomo e tra legislazione attuale (2014) e quella che attua la proposta di Matteo Renzi. Il quadro che emerge è sconfortante, anzi terrificante, con differenze tra le aliquote marginali nominali ed effettive nello stesso scaglione che possono raggiungere i 7, 8, 10 punti, mentre dovrebbero essere identiche.
Si può notare che oltre alla miriade di aliquote marginali diverse a parità di reddito, nel caso di carichi familiari, già con la normativa attuale, il terzo scaglione si suddivide in due ulteriori scaglioni impliciti (da 28mila a 40mila euro e da 40mila a 55mila euro), mentre il quinto si divide in quattro scaglioni impliciti (da 75mila a 80mila euro, da 80mila a 95mila euro, da 95mila a 110mila euro, oltre 110mila euro). Con la riforma Renzi anche il secondo scaglione si suddivide in due (da 15mila a 20mila euro e da 20mila a 28mila euro).
Ma l’effetto più rilevante consiste nel fatto che le aliquote marginali effettive nello scaglione da 15mila a 20mila euro risultano più basse di quelle del precedente scaglione, e soprattutto che tra 28mila e 55mila euro, cioè sui redditi delle classi medie, le aliquote marginali effettive si collocano tra il 45 e il 47 per cento, a livelli, cioè, ben superiori all’aliquota massima (nominale ed effettiva) del 43 per cento.
Questo effetto delle detrazioni decrescenti era ben presente a Borri, Nisticò, Ragusa e Reichlin, che infatti per evitarlo nella loro proposta riducevano l’aliquota nominale dal 38 al 35 per cento. Ciò tuttavia implica un costo aggiuntivo di 2 miliardi.

Tabella 1 – Aliquote nominali ed effettive dell’Irpef


* Va notato che le aliquote formali sono eguali a quelle effettive solo per i rentiers che non beneficiano di detrazioni.
**inv= invariati

Poiché poi la proposta del Governo riguarda solo i lavoratori dipendenti (come peraltro anche la riforma votata dal Parlamento per il 2014), la distanza tra le aliquote marginali effettive di questi rispetto a quelle degli altri contribuenti aumenta, e quindi la situazione peggiora.
E ancora, poiché gli interventi sull’Irpef tendono inevitabilmente a tradursi nell’aumento di una delle detrazioni favorendo sempre i redditi più bassi, il risultato è non solo che per questi redditi aumentano la progressività e il fiscal drag, ma anche che si manifestano fenomeni di incapienza e cioè di detrazioni maggiori dell’imposta lorda per numerosi contribuenti soprattutto con carichi familiari che si collocano negli scaglioni più bassi. Ciò significa che moltissimi contribuenti a basso reddito che sono in attesa dell’incremento di 80-90 euro della loro retribuzione mensile, in realtà ne otterrebbero uno inferiore o, soprattutto in presenza di figli a carico, non otterrebbero nessun aumento. Per esempio, nel caso di un contribuente con due figli a carico (uno minore di tre anni e uno maggiore di tre anni) l’incapienza si manifesterebbe fino a un reddito di 20.200 euro, sarebbe totale fino a 17.200 euro, e pari al 50 per cento fino a 18.700 euro. I single invece, sarebbero totalmente incapienti fino a 8200 euro di reddito e parzialmente incapienti fino a 10.400 euro. Questi limiti risulterebbero ancora più elevati in presenza di altre detrazioni cui si avesse diritto, per esempio per spese sanitarie. In sostanza, poco meno del 40 per cento dei contribuenti in attesa dello sgravio risulterebbe incapiente in tutto o in parte, e il consenso iniziale per la proposta si trasformerebbe nel suo contrario.

Stando così le cose, dovrebbe essere evidente il motivo della nostra proposta di un’unica struttura di aliquote marginali con detrazioni piatte. Sarebbe un ritorno alla razionalità, alla semplicità e alla trasparenza, e l’imposta potrebbe essere adeguatamente gestita: per esempio un aumento delle detrazioni per i redditi da lavoro come quella di cui si sta discutendo oggi si tradurrebbe in un vantaggio per i lavoratori senza interferire con le aliquote marginali.

Più precisamente,andrebbero ridotte sia le aliquote sia le detrazioni (oggi troppo elevate anche in riferimento ai confronti internazionali), che dovrebbero diventare “piatte” con l’obiettivo di ridurre il prelievo soprattutto sui redditi medi che oggi sono quelli più penalizzati. Il costo dell’operazione sarebbe notevole: superiore ai 20 miliardi. Tuttavia, la proposta potrebbe essere votata e diventare legge nella sua interezza, ma la sua applicazione potrebbe essere parzialmente sospesa e poi estesa progressivamente in relazione alle risorse disponibili. (4)
Questa in realtà è l’unica strada disponibile per realizzare una accettabile e definitiva riforma strutturale del’Irpef. Sprecare 10 miliardi che peggiorerebbero la situazione attuale, già molto compromessa, sarebbe un errore. Per intervenire a breve sul cuneo fiscale e sul reddito disponibile dei contribuenti con i redditi più bassi sarebbe molto meglio agire direttamente sui contributi sociali.

(1) In proposito su lavoce.info vedi Borri, Nisticò, Ragusa, e Reichlin (11 febbraio); Paladini e Visco (28 febbraio); Pisauro e Pollastri (11 marzo 2014): vedi anche V. Visco su Il Sole 24ore dell’8 marzo 2014.
(2) Questa era la principale critica (alle) e il principale limite delle imposte cedolari preesistenti all’imposta generale e personale sul reddito.
(3) In un’imposta piatta, cioè progressiva per detrazione, l’aliquota marginale è fissa e costante per tutti i redditi, mentre la progressività e assicurata solo dalla deduzione o detrazione anche essa fissa.
(4) Visco V. (2012): “Prospettive di riforma fiscale in Italia”, Rivista di diritto finanziario e scienza delle finanze, Milano, Giuffrè; Paladini R. e Visco V. “Come uscire dal pantano delle detrazioni”, lavoce.info del 28 febbraio 2014.

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