Era maggio 2012, Roma. Alcuni di noi erano ad assistere alla conferenza stampa dell’imminente Biennale di Architettura, curata allora dall’architetto inglese David Chipperfield. Molti si chiedevano come fosse stato possibile che quest’ultimo arrangiasse una mostra nel tempo record di otto mesi, essendo stata annunciata la sua nomina ufficialmente solo a ottobre 2011. I più scettici vociferavano che in verità Chipperfield fosse stato chiamato all’ultimo, per rimpiazzare un grande assente, ovvero Rem Koolhaas (OMA), che aveva dovuto rinunciare per scarsità di tempo, negoziando così con due anni di vantaggio la sua curatela per l’edizione 2014. A parte i gossip e le chiacchiere che inevitabilmente una macchina così articolata come la Biennale si porta dietro (il vociferare abbondava anche a proposito della meravigliosa Biennale precedente curata dalla giapponese Sejima…), in effetti intorno a questa del 2014 c’è una fortissima attesa.

Sono molti i fattori di eccentricità che la caratterizzano, a partire dal fatto che verrà inaugurata a giugno anziché ad agosto come nella tradizione delle mostre di architettura, e che sarà una Biennale delle biennali, non solo perché concentrerà nel proprio programma anche eventi di cinema, musica, danza e teatro ma perché a partire dal titolo, Fundamentals, questa Biennale dichiara uno statuto anticelebrativo, antivisionario, e alla resa dei conti “antiarchitettonico”, con affondi piuttosto storici, umanisti, politici anche fuori dagli itinerari (e dai nomi) visti nelle altre 13 Biennali, o soprattutto fuori, ma dentro la storia delle loro Nazioni (molte delle quali partecipano per la prima volta a una Biennale), usando quella storia come un readymade e l’architettura come lo spazio della performance perenne.

Tre i capitoli principali: Absorbing Modernity 1914-2014 (con l’invito ai vari paesi ospitati di ripensare l’identità nazionale e gli invariabili dell’architettura all’interno dell’evoluzione globale degli ultimi cento anni), Elements of Architecture (con cui si intendono didascalicamente gli elementi della progettazione: vedi porte, finestre, pareti, balconi, soffitti, tetti) e Monditalia. Una Biennale che magari non convincerà i veneziani – che sembra debbano ancora deglutire le vicende del progetto di intervento dello studio OMA sul Fondaco dei Tedeschi aperto da Benetton alla gestione dei francesi di LVMH – ma che senz’altro concentrerà l’attenzione intellettuale, non solo architettonica.

Ma è Monditalia forse – almeno da quello che si intuisce al momento – la piazza più detonante di questa Biennale, ovvero la mostra che occuperà l’Arsenale e sarà intermante dedicata al nostro Paese con 41 interpreti che dal sacro al profano, dagli ospedali al Salone del Mobile, dalle discoteche alla Biblioteca Lorenziana, da Pompei a Zingonia disegneranno un’Italia a testa in giù, scannerizzandola dalle Alpi ai confini africani nella sua storia millenaria. In un’esposizione di certo molto poco turistica, anche per la tribù dei frequentatori abituali della Biennale, si susseguiranno spettacoli, proiezioni, film, eventi che annoteranno le specialità locali (non solo olio, mozzarella e limoni) nel bene e nel male. E in una narrazione dichiaratamente parziale, grazie anche al linguaggio curatoriale radicale che la orienta. Il programma garantisce in compenso un’equa rappresentanza, tra metà curatori italiani – che dovrebbero internamente e criticamente disegnare una “grande bellezza” convincente anche per i nostrani – e curatori esteri, per evitare il pericolo di un’autoanalisi collettiva e intimista del Paese.

Ciò che conta è che l’Italia è vista come uno di quei “fundamentals”, un prototipo quindi, con la sua storia criticata, collassata, complessata che racconta bene però un modello della situazione attuale, anche fuori dalle Corderie, verso i confini ideali dell’antica Tavola Peutingeriana dell’Impero romano, al centro del quale – conclude Koolhass nella sua laconica conferenza stampa – alla fine ci siamo ancora noi. Sì, ma come antiche rovine sotto una boule de niège?

Scongiurato il rischio di una Disneyland italiana, la XIV mostra internazionale di Architettura a Venezia promette di fare la storia essa stessa, e – se è vero quello che ha dichiarato il Presidente Baratta – di essere anche una mostra utile e fruibile da un pubblico in via di alfabetizzazione.

Valeva la pena attenderla due anni.