Pare che ieri il ministro dell’Istruzione abbia lasciato intendere che abolirà presto l’Abilitazione Scientifica Nazionale (Asn). Ma è opportuno abolire un sistema di reclutamento appena avviato, col rischio di causare un nuovo blocco pluriennale delle assunzioni nell’Università?

Come ho scritto su Pagina 99, l’Asn stabilisce che l’idoneità a svolgere il ruolo di professore possa essere conferita solo a chi possiede almeno dei “requisiti minimi” in termini di produzione scientifica. Tali requisiti sono condizione necessaria e non sufficiente, e il loro accertamento viene integrato da una valutazione discrezionale da parte di una commissione nazionale, che si forma con un sorteggio. I candidati che hanno ottenuto l’abilitazione potranno poi partecipare ai concorsi da professore.

I requisiti necessari per l’abilitazione sono pubblici e agli aspiranti professori basta dare un’occhiata per rendersi conto se il loro profilo scientifico è competitivo oppure no. Chi non abbia mai svolto attività di ricerca (esempio estremo e poco rappresentativo, ma possibile) difficilmente sarà in grado di soddisfare i criteri previsti, uguali per tutti, e dovrà temporaneamente fare un passo indietro.

Rispetto al passato è un miglioramento netto, se consideriamo quanti concorsi sono stati vinti finora da candidati con un profilo scientifico molto modesto e agganci molto robusti.

L’Asn quindi non è un concorso né una truffa, come vuole far credere la retorica dei “professori abilitati ma senza cattedra” tanto in voga sui giornali negli ultimi tempi. Però, da sola non basta. Anzitutto servono finanziamenti per reclutare nuovi ricercatori, senza i quali il sistema universitario italiano è destinato al collasso. Inoltre, c’è sempre il rischio che i concorsi locali non si svolgano in modo trasparente. Alcuni atenei infatti hanno imparato a manipolarli con destrezza: basta preparare dei bandi che richiedono ai candidati dei requisiti talmente specifici, perché ritagliati sul profilo di un “predestinato”, da rendere impossibile la competizione. In questo modo gli outsider sono tagliati fuori, e il concorso si trasforma in una farsa. Dopo essersi affermata nei concorsi da ricercatore, la pratica di chiedere “profili impossibili per tutti i candidati tranne uno” inizia ad essere utilizzata anche nei concorsi locali da professore associato.

Come ha scritto Alessandro Figà Talamanca su l’Unità, la legge proibisce esplicitamente questa prassi. “Le scuse per violare la legge sono molte, ma tutte legate a una caratteristica negativa del sistema universitario, cioè la sua struttura gerarchica che prevede che gli argomenti e la direzione della ricerca siano indicati da un anziano ‘grande capo‘, mentre i giovani nell’età più creativa vengono mantenuti in una posizione di dipendenza.”

Secondo questa prassi il posto appartiene a un grande capo, o ad alcuni professori anziani, che hanno il diritto di scegliersi i “collaboratori”. Aggiunge Figà Talamanca: “Localismo e nepotismo, i mali dell’università italiana, sono casi estremi di questa prassi”.

Ripristinare il rispetto della legge nei concorsi da ricercatore e da professore associato è un obiettivo fondamentale per il futuro dell’Università, senz’altro più urgente dell’abolizione dell’Asn. Sia per una questione di equità, sia perché l’accademia non può fare a meno a priori del patrimonio di talento e di competenze di coloro che finora sono rimasti esclusi dalle posizioni di ruolo (e che, in molti casi, sono stati costretti a emigrare all’estero).

La riforma del sistema di reclutamento universitario insomma è ancora incompiuta, e allo stato attuale molte delle critiche rivolte all’Asn sono fondate. Soprattutto perché i concorsi si possono ancora manipolare in vari modi. Ma niente è peggio del ritorno a un passato in cui l’arbitrio dei baroni era incontrastato e un outsider senza gli agganci giusti aveva probabilità ridicole di entrare in ruolo nell’Università.

Finché non avremo debellato localismo e nepotismo accademico e finché i dipartimenti non saranno pienamente responsabili delle loro scelte – nel senso di pagare con minori finanziamenti e minore reputazione il reclutamento di persone che non fanno ricerca scientifica – l’Asn sarà utile. Per ora quindi non ha senso abolirla. Semmai va migliorata e integrata con un sistema più efficiente di incentivi e regole per lo svolgimento dei concorsi locali, per la valutazione dell’attività di ricerca dei dipartimenti universitari e per la distribuzione dei finanziamenti pubblici alla ricerca.