Per settimane i media di tutto il mondo hanno riportato la miliardaria acquisizione di WhatsApp da parte di Facebook. Per dare colore alla transazione, da un lato si sono spese brillanti parole per narrare la poetica storia di Jan Koum, fondatore ucraino di WhatsApp – nonché genio incompreso all’epoca «scartato da Facebook». E dall’altro si è raccontata l’inarrestabile ascesa di Telegram, il corrispettivo russo di WhatsApp salito alle cronache dopo essere stato bombardato di iscrizioni a seguito del #WhatsAppDown, il blackout che ha reso inaccessibile il servizio di messaggistica istantanea per 4 ore la sera del 22 febbraio.

Riassumendo: settimane di nulla. Quel che è mancata del tutto è stata, come sempre, una disamina critica di quello che queste superpotenze digitali rappresentano e delle implicazioni sociali, culturali e politiche di questi salatissimi passaggi di proprietà. Andiamo con ordine.

Telegram vive grazie alle donazioni di Pavel Durov, giovane imprenditore russo fondatore di VKontakte, un social network da più di 200 milioni di utenti. Per inquadrare il personaggio, si sappia che Durov è il libertariano che nel dicembre del 2012 lanciò dal suo ufficio di San Pietroburgo aeroplanini di denaro da 5000 rubli ciascuno per poi filmare con gusto la folla che, in preda alla disperazione economica più totale, si azzuffò a terra per cercare di raccogliere i soldi lanciati. Nonostante ne sia ancora formalmente il CEO, nel gennaio di quest’anno Durov ha ceduto la quota più consistente di VKontakte ad Alisher Usmanov, semplicemente l’uomo più ricco della Russia nonché grande amico del Presidente della Repubblica federale Russa. Per inquadrare anche questo personaggio, si tenga presente che Usmanov è il magnate che nel dicembre del 2011 licenziò due senior manager di Gazeta.ru – quotidiano online di sua proprietà – per aver pubblicato due foto in chiave anti-Putin.

Durov, VKontakte, Usmanov, Putin. Di questo circolo vizioso non ne giova l’indipendenza delle diverse piattaforme digitali e, soprattutto, non ne giova la sicurezza dei dati degli utenti. Ma il caso russo è solo un espediente utilizzato per descrivere una realtà ben più globalizzata.

È giunto il momento di chiedersi se queste società private di social networking ed instant messagging faranno trionfare la democrazia o se, al contrario, la comprometteranno irrimediabilmente. Parliamo di tecnologie gestite da anarco-capitalisti che anni fa, grazie ad un’elaboratissima opera di ingegneria sociale, hanno iniziato a gettare i semi di un controllo totalizzante. E stanno finalmente vedendo germogliare i primi risultati. Perché Facebook ha comprato WhatsApp? Per lo stesso motivo per il quale Putin manda in avanscoperta miliardari a sé vicini acquistando quote fondamentali di VKontakte. Per i dati delle persone.

Nella società trasparente dei Big Data la privacy è un concetto del tutto obsoleto (Zuckerberg docet) e ogni traccia lasciata in rete dice qualcosa dell’utente fino a ricomporre, interazione dopo interazione, la sua stessa identità. Come cibarsi di questo pantagruelico buffet di informazioni dipende dalla volontà del fornitore del servizio.

Facebook, ad esempio, come noto, ha l’interesse a personalizzare le offerte pubblicitarie per la gioia degli investitori. Ed è ragionevole supporre che WhatsApp si inserisca magistralmente in questo progetto di ipersegmentazione perfetta: connessione Internet per tutta la popolazione mondiale grazie ai droni, l’intera esperienza sociale riversata su Facebook, Facebook collegato a WhatsApp, WhatsApp collegato al cellulare, il dispositivo mobile relazionato a determinate coordinate GPS e così via. Quando anche l’ultimo dato sensibile sarà stato venduto al miglior offerente, Zuckerberg & soci saranno sazi. La differenza tra l’interconnessione dei dati qui proposta (per fini commerciali) e quella emersa dal caso NSA-Datagate è che, in questo caso, i dati non vengono rubati, bensì volontariamente forniti dagli utenti.

Altre piattaforme, tipo l’ormai filo-governativo VKontakte, potrebbero avere mire ben più orwelliane nell’ambito del controllo sistematico della popolazione. Tutti hanno presente il riconoscimento facciale di Facebook che suggerisce i tag da inserire identificando i volti degli amici al posto dell’utente. Cosa si pensa accadrebbe se questo software finisse delle mani di Putin e vi fosse la volontà di risalire ad eventuali dissidenti di piazza giocando sull’occhio incrociato delle telecamere? (Dinamica che, per inciso, è già ben consolidata in paesi come gli States dove – grazie alla solita retorica sulla cybersicurezza – l’FBI sfrutta le tecnologie di facial recognition.)

Il libero mercato sta vincendo e i liberi individui-utenti fruiscono gratuitamente dei servizi che più amano. Ma a quale prezzo? Lo Stato, delegittimato da imprenditori anarco-capitalisti che non vogliono ostacoli legislativi di alcun tipo all’inarrestabile progresso, viene sistematicamente messo da parte, se non quando deve sfruttare le tecnologie a disposizione per derive autoritarie. I media, che possiedono gli strumenti culturali per fornire ai lettori-utenti eventuali chiavi di lettura, si limitano a riportare acriticamente l’incessante flusso di mutazioni digitali – talvolta anche con una complice dose di tecno-entusiasmo, in virtù dell’ingannevole equazione novità = miglioramento. Gli utenti, tutt’al più disinteressati dalle ripercussioni di un controllo totalizzante della loro esperienza online, finiscono per essere soffocati da una fruizione distratta e schiacciata sul presente, quella dell’interazione immediata di cui WhatsApp è il degno portabandiera.

Se anche l’intero apparato informativo si dimostrerà inerme al cospetto delle evoluzioni in corso e non riuscirà a rispondere alla domanda del «Dove stiamo andando?», i cittadini-utenti non resteranno che pedine passive ed acquiescenti di una scacchiera social-e gestita da persone con fini poco nobili. Quando gli algoritmi saranno irrimediabilmente saliti al potere, sancendo in definitiva chi siamo, cosa dovremmo comprare, con chi dovremmo stringere amicizia etc. Quando l’asse dei social media penderà meno verso la partecipazione online alla democrazia 2.0 e più verso la reazionaria longa manus dei governi. Quando sarà ultimato il processo di delega tecnocratica nei confronti di questi imperatori digitali autoeletti. Ecco, quando tutto questo avverrà, sarà troppo tardi per trovare una risposta. E dal «Dove stiamo andando?» passeremo a doverci chiedere: «Come abbiamo potuto permettere tutto questo?».

Niente complottismi, niente distopie, solo spunti di riflessione. Tutto questo sta già avvenendo. Ma nessuno pretende che vi disiscriviate da Facebook e WhatsApp, attenzione. Semplicemente, una tantum, trovate il tempo di staccare la spina e articolare un pensiero (visto che i media non lo faranno per voi) per cercare di capire cosa questi servizi stiano effettivamente facendo per voi. E cosa contro di voi.