Felice chi è diverso. Già dal titolo Gianni Amelio lascia non poche perplessità riguardo alla sua ultima fatica cinematografica, visto il tema trattato. Diverso? Andare a demarcare la diversità in un documentario che racconta la storia di chi ha vissuto il peso della discriminazione sessuale può risultare un’ulteriore pugnalata verso chi, per anni, si è sentito un “invertito”, un “capovolto”, un “diverso”, per l’appunto.

C’è da fare un passo indietro allora, andando a pescare una tra le più belle poesie di Sandro Penna, solo così si può afferrare il senso dietro al titolo: “Felice chi è diverso essendo egli diverso. Ma guai a chi è diverso essendo egli comune”, un estratto pronunciato all’interno del film dall’intramontabile Paolo Poli, icona senza tempo che Amelio ha voluto tra le sue testimonianze. Ma sorge il dubbio di chi, tra il pubblico “medio”, davanti a un documento del genere vada oltre il significato letterale del titolo, quello che aggiunge un ulteriore muro tra la “normalità” e “l’anomalia”. Troppe virgolette a mio avviso, in questo articolo, come nel film.

Presentata nella sezione Panorama dello scorso Festival di Berlino, la pellicola arriverà al cinema dal prossimo 6 marzo, in quante sale è ancora da decidere. Amelio, alla soglia dei 70 anni, ha scelto proprio la kermesse berlinese per il suo personalissimo coming out, scatenando non poche polemiche riguardo ai toni della sua dichiarazione: “L’omofobia è ancora imperante, capita anche che i giovani si uccidano perché froci o ritenuti tali. Presi in giro, isolati o picchiati, insomma la battaglia non è vinta.” parole forti in cui stona fra tutti l’appellativo usato dai più come un insulto, parole che non rispecchiano il suo documentario, perché di battaglie non ce n’è neanche l’ombra.

L’impianto è semplice, una ventina di interviste in ordine sparso e volutamente lasciate nell’anonimato fino ai titoli di coda, perché “il messaggio è universale, non legato a una singola persona”, come ha spiegato il regista stesso. Così, grazie al grande lavoro di ricerca portato avanti da Francesco Costabile, Amelio si addentra in un’Italia per certi versi inedita alla cinepresa, quella del mondo omosessuale del ‘900, dall’inizio del secolo fino agli anni ’80, passando per il periodo buio del fascismo.

Si alternano le testimonianze di chi, oramai un’eternità fa, ha vissuto sulla propria pelle l’astio di una società ottusa che non concepiva nemmeno lontanamente la loro esistenza. Storie drammatiche che sembrano esser state livellate dal tempo, dagli anni passati a inseguire una parvenza di equilibrio. Dall’artista che dalla propria condizione ha cercato di trarre vantaggio, all’uomo che per decisione dello zio era costretto a “incontrare” una prostituta due volte al giorno per tornare sulla “retta via”, fino a Umberto Bindi, uno tra i maggiori esponenti della canzone italiana che a causa della sua omosessualità perse tutto. Doverosa era anche la lunga digressione su Pasolini che però nulla aggiunge a quello che sul regista bolognese è stato detto negli anni, se non una parentesi (forse) inedita su Ninetto Davoli.

Amelio rimane distaccato dalla sua stessa opera, lascia la parola agli intervistati, saltando un arco temporale di almeno trent’anni, in cui la situazione si è evoluta a suon di cortei e battaglie, di richieste di diritti civili fatte a gran voce che hanno portato anche un Paese retrogrado come il nostro sulla scia del resto del mondo occidentale. Il risultato è che questo documento, realizzato soltanto un anno fa, sembra ben più datato o addirittura “out of touch”, come lo ha definito l’Hollywood Reporter.

Non basta il tentativo di riallacciarsi al presente con il contributo a fine pellicola di Aron Sanseverino, un ragazzo gay di diciotto anni di Bergamo che per quanto coraggioso rappresenta soltanto una minima parte di quella che è la realtà odierna. Non basta, perché accostato al resto delle testimonianze si perde, in una visione distorta della realtà omosessuale nell’Italia dei giorni nostri.