Non bastasse la timbrica, la potenza, la maestria stupefacente della sua voce, la complessità mai doma delle armonie di ogni sua composizione e improvvisazione, a lasciarci stupefatti resterebbe comunque la profonda, critica, spietata coscienza delle sue scelte formali che fa di Maria Pia De Vito molto più di una bravissima cantante di jazz.

Tutto questo si mescola, grazie a una maturità ormai raffinata ed esperta, nel suo ultimo lavoro, Il Pergolese (ECM) – realizzato con la complicità di artisti bravissimi come il pianista François Couturier, la violoncellista Anja Lechner e il percussionista napoletano Michele Rabbia – una rilettura spericolata e rispettosissima dell’opera del maestro marchigiano barocco, che poi è di per sé leggenda.

Morto a soli 26 anni, senza ottenere in vita un particolare successo, diventerà, dopo la sua morte, il primo musicista a godere di vasta celebrità internazionale nella storia della musica, la prima star  ‘globale’, se si vuole, al punto che la sua musica – grazie alla Querelle des Buffons che in Francia oppose gli Illuministi ai sostenitori dell’Ancien Regime, proprio in nome delle sue composizioni, assurte a vessillo di un’arte nuova per un’epoca nuova – diventerà in qualche modo il vessillo del cambiamento.

Né la sua fama si fermò ai Lumi, perché traslocò – senza colpo ferire – nell’epoca successiva, divenendo agevolmente – anche grazie alla sua sfortunata vicenda biografica – il simbolo di certa malinconica ma intensissima sensibilità romantica.

Si trattava dunque di una scommessa assai impegnativa e non soltanto sul piano musicale, ma su quello più ampio di una reinterpretazione, di un riuso dell’opera pergolesiana, che la cantante napoletana ha arricchito anche della sua personale versione in napoletano di alcuni testi dello Stabat Mater.

Diviso in due parti abbastanza nettamente distinte, dove dialogano suoni unplugged ed elettronica, vaste architetture armoniche e strabilianti improvvisazioni, lavoro attento sulle partiture originali e ‘transcreazioni’ liberissime, Il Pergolese cresce e lievita a ogni ascolto, come pasta di pane, può essere sfogliato come cipolla, sempre rivelando nuove polpe sonore, nuove possibilità interpretative, quasi fosse un ready-made duchampiano, passato attraverso l’acribia filologica ed ermeneutica di un traduttore immenso come Haroldo De Campos.

Una sperimentazione attentissima, profonda, complessa e liberissima che –imho– raggiunge il suo massimo in brani come Chi disse che la femmena, o Fremente, dove vengono messe in scena, in sintassi serrata e precisissima, molte delle scelte e delle scommesse formali di tutto il disco.

Questo Pergolese è insomma un intero mondo sonoro, dove il violoncello è ‘attrito’ purissimo delle materie, di ogni materia che suoni e che respiri, il piano è la complessità di un simplesso in cui i pensieri collidono, cortocircuitano, si sposano, in una lingua chiarissima che non ha grammatiche, ma polifonie, le percussioni sono il tempo che sempre ci segue, insegue e precede, il suo rullare, tamburellare come pioggia sulle nostre vite, il suo scandire che inventa la durata, senza quale non c’è né musica, né poesia.

E la voce di Maria Pia De Vito in questo mondo pergolesiano è succo di sentimenti, scoramenti, meraviglie, stupori, dolori, rabbie, compassioni, delizie e disgusti, rassegnazioni e ribellioni. Un’onda che viene e va, che ricorda e immagina, che si asciuga e di nuovo bagna.

Scorre come sangue, la sua voce, che portentosamente ridà vita a un Pergolesi che è se stesso e insieme un Pergolesi totalmente diverso, imprevisto e imprevedibile: quasi che, per magia, egli avesse continuato a camminare i suoi passi, come un suono che non si ripete, ma non si interrompe, non si spegne, ma invece si sviluppa carsicamente e, metamorfosi dopo metamorfosi, si fa presente e torna ad indicarci il futuro con la punta acuminata di ogni sua nota.