Al peggio non c’è mai fine. I Cie sono più infernali di un carcere e i migranti che lì sono rinchiusi hanno meno garanzie dei detenuti. A metterlo nero su bianco è Francesco Caso, giudice della I Sezione civile del Tribunale di Bari. Lo scrive nell’ordinanza destinata a fare scuola in Italia, quella con cui ha imposto alla presidenza del Consiglio dei Ministri, al ministero dell’Interno e alla prefettura di Bari di eseguire, entro il termine perentorio di 90 giorni, i lavori necessari e indifferibili per garantire condizioni minime di rispetto dei diritti umani nel Centro di Identificazione ed Espulsione di Bari Palese. “Non è azzardato concludere che, se lo stato degli stranieri trattenuti nei Cie in vista della loro espulsione fosse stato assoggettato alla disciplina dell’ordinamento penitenziario vigente, la loro condizione sarebbe stata migliore o comunque più ‘garantita’, quanto meno sul piano formale”.

Sono le parole che squarciano il velo dell’ipocrisia che continua a imperare in materia e la dicono lunga anche su una situazione che di legittimo ha solo l’alibi che le è stato offerto. Il magistrato pugliese è chiaro: “La nostra Carta Fondamentale detta direttamente regole sul se e come le persone possono essere ristrette nella libertà personale e su come e per quali fini, una volta ristrette, debbano essere trattate”. Non solo. Il nostro ordinamento penitenziario, a livello di legislazione ordinaria, è un “sistema fortemente garantito a livello normativo, affidato da sempre alle cure dell’Amministrazione della Giustizia, sotto il diretto controllo dell’autorità giudiziaria competente”. Differenze abissali con la disciplina dei Cie: “Poche righe” per regolare una “condizione comunque limitativa della libertà personale (che attualmente può giungere fino ad almeno 18 mesi complessivamente), laddove la disciplina dei detenuti e internati è contenuta complessivamente in centinaia di articoli”.

Discrepanze profonde anche su un altro versante: del governo di questi centri è stata incaricata “del tutto un’amministrazione dello Stato, quella dell’Interno, che ormai da tempo era stata privata di qualsiasi esperienza e di strutture nel settore della ‘reclusione’ delle persone per periodi prolungati”, tant’è che la gestione dei Cie “è stata affidata (per non dire ‘subappaltata’) a soggetti privati esterni all’amministrazione statale”. Una mortificazione normativa, di fronte alla quale, tuttavia, il Tribunale di Bari decide di non avventurarsi oltre: “Ogni ipotetico incidente di legittimità costituzionale a riguardo parrebbe destinato all’insuccesso, sul duplice rilievo della limitata temporaneità (sebbene piuttosto prolungata nella durata massima) della misura del trattenimento, peraltro tuttora orientata anche alla ‘necessaria assistenza’ degli interessati, e soprattutto della diversità delle situazioni che la inducono in confronto alla ‘detenzione’ vera e propria; il che potrebbe far considerare legittimo il regime attuale, che, d’altronde, finora ha praticamente resistito a reiterate censure di incostituzionalità”.

Insomma, si alzano le mani per non rischiare una bocciatura e, forse, anche per mettere al riparo un pronunciamento che ha già di per sé una portata dirompente. Non era ancora accaduto che venisse obbligato all’intervento di messa a norma di un Cie, entro tre mesi, l’intero apparato dello Stato, trascinato in aula, attraverso lo strumento giuridico dell’azione popolare, da due avvocati, membri dell’associazione Class Action Procedimentale. “Il provvedimento per noi costituisce un’ulteriore tappa per la definitiva chiusura di una struttura carceraria extra ordinem che calpesta i valori fondamentali di tutela dei diritti umani”, dice Luigi Paccione, che accanto ad Alessio Carlucci si è costituito in giudizio “in sostituzione” del Comune e della Provincia di Bari.

Era nato per essere un “centro di permanenza temporaneo per immigrati irregolari”, il Cie pugliese, adeguato solo in parte e al centro da sempre di clamorose proteste. “Trasmoda nell’illegalità”, secondo il giudice Caso: servizi igienici insufficienti; box doccia sporchi e senza porte, in barba a qualsiasi tutela della privacy; porte blindate a chiudere ciascun modulo abitativo, tanto da limitare fortemente la libertà delle persone; finestre prive di sistemi di oscuramento; camere alloggio senza impianti di ventilazione, con temperature estive che oscillano tra i 25 e i 31 gradi; infrastrutture sportive, motorie e ludico ricreative insufficienti; nessun intervento volto alla riduzione del malessere e dello stato di sofferenza. C’è stato sì un “modesto miglioramento” rispetto al 2012, ma “la situazione presenta ancora numerosi elementi di criticità”. I 90 giorni per iniziare a rendere civile la struttura stanno già trascorrendo. E “in caso di mancata o parziale esecuzione di quanto disposto”, si legge nell’ordinanza, “tutti gli stranieri ancora trattenuti” dovranno essere “trasferiti in altri Cie”.