Quando studiavo alle superiori la mia classe si era divisa tra chi parteggiava per Thomas Hobbes e chi invece teneva per John Locke. Per sommi capi diciamo che Locke era il supporter di chi stava a sinistra, contro il determinismo e la concezione ‘homo homini lupus’ del tetro Hobbes, amato invece da chi stava iniziando un percorso di adesione alla destra: la speranza contro la legge della giungla, la mitezza e la ragionevolezza contro l’aggressività e l’arroganza. Non che a sinistra l’aggressività e l’arroganza mancassero: era che non si dava per scontato che una società dovesse reggersi su valori mutuati dal dominio, dalla forza e dal testosterone, che pure abbondavano dovunque.

Anche allora non era semplice assumere il monito, pronunciato nel discorso della Montagna da Gesù di Nazareth “Beati i miti, perché erediteranno la terra”.

Già, la mitezza: come sembra lontano il tempo in cui i dibattiti tv, gli show del sabato sera, i programmi dedicati all’adolescenza non erano arene sanguinose dove urla, insulti, umiliazioni e volgarità la facevano da padrone. Ormai è chiaro che anni e anni di lavaggio del cervello attraverso la comunicazione, l’informazione e l’educazione attraverso la tv standardizzata sul modello del prevaricatore vincente hanno provocato una mutazione antropologica profonda, ineluttabile in questo paese. Il tutto, poi, tracimato anche nel web, dove odiatori e portavoce di odio sessista razzista e omofobo alloggiano indisturbati, senza limiti.

Agli incroci delle strade, in auto come a piedi, fuori dai locali collettivi, in treno, a scuola, nei posti di lavoro, dal nord al sud è un aumento esponenziale del gesto violento, della rissa, dell’aggressione connessa o non connessa con la piccola e grande criminalità.

Del resto è noto che nel Belpaese sono in crescita in maniere sensibile le liti, quelle del condominio, quelle evitabili e risolvibili attraverso la relazione pacifica tra le persone, se questa ancora esistesse e contasse: un’aggressività diffusa e persistente, indicatrice della fine del senso del buon vicinato, primo gradino indispensabile per poi edificare, su vasta scala, la convivenza civile.

Nell’anno passato (ma giusto per citare esempi che a fotocopia si ripeteranno, senza che i nomi si possano né volere ricordare) a Roma il corpo di una donna riverso a terra in metropolitana è stato scavalcato e ignorato da decine di persone per oltre due minuti prima che qualcuno si chinasse e intervenisse; la donna, infermiera trentenne, è stata scaraventata al suolo da un energumeno ventenne, che sembra l’abbia inseguita dentro la metro a causa di un litigio iniziato davanti alla fila per i biglietti.

A Milano un uomo è anche lui in coma per le ferite riportate dopo un pestaggio causato dal suo accidentale investimento di un cane: un altro energumeno, fidanzato della proprietaria del povero animale, lo ha affrontato e ridotto in fin di vita. Ma non finisce qui, perché gli amici dell’aggressore hanno poi intimidito gravemente alcuni testimoni dell’accaduto, che hanno deposto e confermato che l’investitore non andava ad alta velocità e si stava scusando dell’orribile fatalità. Per qualche giorno si è assistito, come sempre, alla solita sequenza mediatica: sgomento, spreco di aggettivi, giuramenti da parte di amici e parenti circa la bontà degli aggressori. Nessuno poteva prevedere queste reazioni, erano così brave persone, chi l’avrebbe mai detto, forse sono stati provocati.

Certo, chi l’avrebbe mai detto che questo paese, che si proponeva nell’iconografia classica un po’ cialtrone ma popolato da gente buona e di cuore (la pubblicità del prossimo evento a Milano sul cibo la dice lunga) potesse trasformarsi in un posto inquietante, dove essere gentili e solidali è sinonimo assoluto di perdente, dove chi governa invita le giovani di bell’aspetto a trovarsi uno ricco per sistemarsi e spinge bellimbusti palestrati a diventare modelli ai quali aspirare, consacrati a idoli da programmi tv sia di intrattenimento come da quelli di informazione, in un continuum di messaggi formativi ed educativi che contribuiscono alla minimizzazione e alla giustificazione (se non alla legittimazione), della reazione violenta, dell’insulto, della prevaricazione come giusto e valido comportamento.

Picchia per primo, non ti fermare a pensare, guarda avanti dritto, scavalca qualunque ostacolo: questo il nuovo prontuario che madri e padri devono tenere a mente per l’educazione della prole, se vogliono figli e figlie vincenti e non ‘sfigati’, come si dice oggi. Come dar loro torto, in un’ottica di salvaguardia del sangue del proprio sangue, quando le agenzie educative sono a livello zero nella graduatoria delle priorità politiche e sociali? 

La mitezza, categoria etologica ben lontana dalla remissività e dalla modestia, ma ingrediente indispensabile per costruire empatia e relazione tra umani è ormai un attributo obsoleto nell’orizzonte educativo e formativo dell’Italia aggressiva e urlatrice dei potenti e degli arroganti. 

Come uscirne, e quando, oggi sembra un angoscioso interrogativo senza risposta.