La Costituzione Italiana, nel giudizio di moltitudini politicizzate e di schiere di sputa sentenze mediatici è la più bella del mondo, ma solo quando i suoi precetti si abbattono sugli avversari. Quando sono i propri interessi o convinzioni ad essere intaccate, gli articoli della Carta diventano carta straccia, interpretabili a comando da costituzionalisti servili o ipso facto obsoleti per diritto di casta.

A tale regola di insofferenza alle regole sembra non sfuggire l’ennesima incarnazione del ‘nuovo’ (dopo impetuose folate di novità del calibro di Prodi, Veltroni e Bersani levatesi periodicamente dalle primarie del Pd e dell’Ulivo). Renzi Matteo, nell’intervista a Stefano Feltri su il Fatto Quotidiano, travolto da un impeto rottamatorio ha attaccato il limite del 3% sul deficit pubblico stabilito per gli stati membri dell’unione monetaria con questa cogente argomentazione: “E’ evidente che si può sforare [ il 3%]: si tratta di un vincolo anacronistico che risale a 20 anni fa”. Verbatim.

In effetti il vincolo è anacronistico ma per un motivo diametralmente opposto: è troppo blando. A norma di Costituzione Italiana, art. 81, il bilancio dello Stato deve essere in pareggio (a meno di un piccolo margine per tener conto del ciclo). Questo articolo è stato modificato non venti anni fa, bensì lo scorso aprile, con voto plebiscitario del Parlamento, incluso ovviamente quello dei parlamentari Pd. Non abbiamo memoria di obiezioni di sorta provenienti da Piazza della Signoria all’epoca del voto.

 A voler fare un’immersione nello Stige del pragmatismo (dove il giuramento è inviolabile), una temporanea deviazione dal pareggio di bilancio potrebbe superare il vaglio di costituzionalità e il giudizio della Commissione Europea solo se fosse giustificata da ferree future riduzioni della spesa pubblica e soprattutto dello spreco pubblico. Ad esempio se si abolissero le province pagando la cassa integrazione agli impiegati superflui per un anno. O i costi una tantum per accorpare i micro comuni. O per teminare l’ultimo lotto di una qualche infrastruttura che giace incompiuta. Per qualche considerazione aggiuntiva rimando alla mia intervista a Radio Radicale.

Al contrario sforare il vincolo per pagarsi la prossima campagna elettorale, è una violazione della Costituzione ancorché dei Trattati europei. Se poi Renzi avesse in mente le opere pubbliche care alla mitologia keynesiana per rilanciare la crescita, basterebbe evocare il Tav, la metro C di Roma o la Salerno-Reggio Calabria per sottoporre gli ardenti spiriti ad una salutare doccia scozzese (o artica). In Italia anche per decidere il percorso di una mulattiera si impiegano 10 anni, senza considerare le mazzette. Quindi sarebbe opportuno dedicare l’afflato rottamatorio ai labirinti burocratici, piuttosto che ai vincoli di finanza pubblica.

Si narra che il cerchio magico o (data la confusione che vi regna) il circo magico di Renzi si starebbe cimentando in una cosa (di morettiana memoria) definita con provinciale anglicismo Job Act. Inannzitutto nei pesi civili, ad esempio quelli dove si rispettano gli impegni internazionali, prima si presentano i provvedimenti e poi si discutono in pubblico. In Italia sembra normale il contrario, con spunti che, immagino, Crozza o la Litizzetto benedicono ogni sera prima di coricarsi.

 Ad ogni modo se venissero attuate riforme drastiche (non un altro mulinello di danni in stile Monti-Fornero) che avvicinassero il mercato del lavoro italiano ai modelli in vigore nei suddetti paesi civili e lo Statuto dei Lavoratori potesse essere agevolmente tradotto in inglese, non ci sarebbe bisogno di sforare alcun vincolo. L’economia ripartirebbe senza doverla drogare con elargizioni a pioggia. Persino ipotetici costi una tantum (tipo la riforma della formazione professionale) potrebbero essere considerati come un investimento da spalmare su più esercizi, oppure li si potrebbe finanziare con tagli di spese a regime molto più profondi di quelli timidi su cui sta impegnandosi Carlo Cottarelli. Idem i tagli del cuneo fiscale controbilanciati per esempio da un abbattimento della spesa pensionistica.

Per terminare ci sia consentito un appunto di stile per signorini di buona famiglia: sul Monte dei Paschi, bubbone infetto nella sua Toscana, Renzi non può assolutamente cavarsela affermando: “Il mio silenzio da segretario del Pd non è di chi non ha niente da dire, ma di chi anzi ne avrebbe troppo”. Questo elogio dell’omertà è compatibile con aspirazioni ad un ruolo chiave nel mandamento di Brancaccio, non a Palazzo Chigi.