Diego Fusaro, ricercatore in Storia della Filosofia presso l’Università San Raffaele, è uno studioso di Marx, di Hegel e della tradizione dell’idealismo italiano. Oltre ad aver creato a 16 anni il sito Filosofico.net, il più cliccato per il settore, ha scritto libri importanti come “Bentornato Marx”, “Minima Mercatalia”, “Essere senza tempo”, “Idealismo e prassi. Fichte, Marx e Gentile” ed è segretario delle due collane di filosofia Bompiani “Testi a fronte” e “Il pensiero Occidentale” dirette da Giovanni Reale.

L’Italia e la crisi. C’è un aspetto tipicamente italiano nell’affrontare una crisi economica che fa impallidire quella del ’29?

La crisi che stiamo vivendo non è, ovviamente, solo italiana. Personalmente, ritengo che l’aspetto più drammatico dell’odierna crisi globale stia nel fatto – del tutto coerente con le logiche di sviluppo del capitalismo post-1989 – che essa non venga percepita e affrontata come un prodotto storico e sociale, ma come un fenomeno naturale inemendabile, come un terremoto che non abbiamo prodotto e da cui non possiamo salvarci. Ciò vale a maggior ragione in Italia, dove la crisi è vissuta come l’analogon della peste dei Promessi sposi: lungi dall’essere considerata l’esito delle politiche neoliberali, la crisi è presentata dall’ordine del discorso dominante come una realtà minacciosa e indipendente dall’agire umano, un flagello naturale da cui – in attesa che cessi così come è iniziato – è possibile salvarsi unicamente in forma individuale, in coerenza con l’odierno individualismo trionfante.

Gramsci parlava di “cretinismo economico”. È questa una delle malattie italiane? La finanza che detta le leggi alla politica?

È una malattia, certo, ma non solo italiana. È la patologia tipica dell’era della tecnica capitalistica e della sua “immagine del mondo”, incentrata – come sapeva Heidegger – sulla riduzione dell’essente a pura quantità calcolabile, misurabile e illimitatamente sfruttabile. Gramsci come Gentile – i due più grandi filosofi italiani del ‘900 – ci insegnano che la realtà non coincide con una fredda somma di dati oggettivi che chiedono di essere asetticamente registrati dal pensiero calcolante, cifra dell’odierno “cretinismo economico”. Al contrario, è la risultante di una costruzione e di una mediazione simbolica operata dalla coscienza umana che si determina storicamente: è l’esito di un fare soggettivo che può sempre da capo essere trasformato, con buona pace della mistica della necessità oggi dominante sotto il cielo. La finanza come espressione del monoteismo del mercato e del fanatismo dell’economia segna il trionfo di quest’oblio dell’uomo e della cultura, ma poi anche del senso della possibile trasformazione socio-politica dell’esistente.

Come giudica lo stato della scuola e dell’università italiane? 

Anche in questo caso, la situazione è tragica, ma non seria. Nella notte del mondo propria del fanatismo dell’economia, tutto è ridotto al rito del consumo e dello scambio, alla fanatica liturgia della circolazione senza misura. Non vi si sottrae nemmeno più la scuola. Valutati secondo un demenziale sistema di “debiti” e “crediti”, gli studenti delle scuole secondarie siano oggi ministerialmente definiti “consumatori di formazione”; i presidi sono sviliti a managers d’azienda, e la lingua greca è sostituita da una orwelliana neo-lingua, l’inglese non di Wilde e di Shakespeare, ma dello spread e della spending review. Ciò segnala l’avvenuta riduzione, in forma compiuta, dell’umano a merce, della nuda vita a funzione variabile della logica mercatistica. Mai prima d’oggi la forma merce si era elevata a mezzo di comunicazione totale di una cultura.

Nel mondo globale la cultura italiana sembra marginalizzata. Colpa della globalizzazione o dell’Italia?

Colpa di entrambe, direi. Della globalizzazione, giacché essa consiste non certo in un pacifico universalismo che diffonde la cultura e le tradizioni diverse, ma in una perversa logica di reductio ad unum, con cui la pluralità linguistica e culturale dei popoli viene annientata in nome dell’unico profilo globalizzato del consumatore. Ciò è la negazione perfetta della cultura, dato che quest’ultima esiste solo là dove vi siano almeno due culture che dialogano e si relazionano. Ma poi è anche colpa dell’Italia, giacché – Gramsci docet – ha da sempre, inscritta nelle sue radici, una vocazione cosmopolitica e non nazionale della cultura: vocazione che oggi culmina nell’osceno oblio della lingua nazionale, sostituita da indecorosi inviti a parlare in inglese; ma poi anche nella vergognosa rimozione degli autori e dei pensatori della tradizione italiana: chi studia ancora, ad esempio, i grandi Croce, Gramsci e Gentile?

La corruzione è un cancro del paese. Da cosa dipende la mancanza di senso dello stato e di senso etico da parte degli italiani?

Da molteplici fattori, temo. È difficile per me giudicare l’Italia e gli Italiani, poiché io stesso sono italiano: e, per inciso, sono fiero di esserlo. Provo un disprezzo totale per chi (a destra come a sinistra) sta distruggendo l’Italia oggi, svendendola alla finanza europea e annientando la cultura italiana, di cui bisognerebbe invece essere fieri. Ad ogni modo, credo che la ragione principale della corruzione e dallo scarso senso statale ed etico del nostro popolo debba essere ravvisata non solo nel fatto che siamo pervenuti solo tardi a un’unità statale, peraltro più fragile rispetto a quella di altre realtà europee. Accanto a questo motivo, vi è quello – sia detto al di là di ogni troppo facile retorica – che abbiamo avuto le peggiori classi politiche di sempre.

A suo giudizio la presenza del Vaticano è negativa per lo sviluppo civile del paese? Giovanni Gentile, filosofo da lei studiato, era contrario ai Patti Lateranensi…

È una domanda difficile. In questo, resto hegeliano: la Chiesa dev’essere non sullo stesso piano dello Stato, ma sottomessa ad esso. E, tuttavia, la presenza del cristianesimo in Italia è, per molti versi, positiva: come insegna Gentile, là dove non arriva la filosofia, è giusto che arrivi la religione. Prova ne è, oltretutto, che, morto il marxismo, il solo oggi a farsi carico della questione sociale, se non altro a livello simbolico, è Papa Francesco: là dove la cosiddetta sinistra si è del tutto deproletarizzata (ha cioè abbandonato ogni interesse per gli ultimi e per i lavoratori), proprio mentre la società si è venuta sempre più proletarizzando, complici anche le oscene logiche del precariato. Se per laicità intendiamo il giusto riconoscimento della libertà di coscienza e delle sue conseguenze in ogni campo, allora io sono laico al cento per cento. Se per laicità intendiamo l’armata Brancaleone dei laicisti à la Odifreddi o à la Flores D’Arcais, che trasformano la laicità in un fronte integralista e fanatico nemico di ogni religione, allora non sono laico e credo anzi che il laicismo sia una patologia pericolosissima.

Lei è molto giovane. Cosa pensa dei giovani italiani?

Non penso affatto di essere giovane. Ho 30 anni, poco mi manca per essere “nel mezzo del cammin di nostra vita”, come cantava il Poeta. L’ultracapitalismo flessibile e precario è per sua stessa natura “giovanilistico”: se oggi si è considerati “diversamente giovani” fino a cinquant’anni, questo accade perché si è idealmente precari fino al termine della propria attività lavorativa sia nella vita sociale, sia in quella affettiva, incapaci cioè di stabilizzare la propria esistenza nelle tradizionali forme familiari (non a caso continuamente irrise come istituzioni borghesi del passato) e lavorative (il posto fisso e stabile, garantito e, dunque, tale da rendere possibile la stabile progettazione di un futuro). Con la grammatica di Marx, i giovani di oggi sono la prima generazione disintegrata nella struttura e integrata nella sovrastruttura: costretti al precariato e alle forme contrattuali più meschine, essi non oppongono resistenza all’esistente, accettandolo in forma irriflessa come una sciagura ineluttabile.

Ha fiducia nel futuro del nostro paese?

Con Gramsci, pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà. L’Italia versa attualmente nella situazione più tragica dal tempo di Attila ad oggi: il progetto criminale impropriamente detto “Europa” – sarebbe meglio chiamarlo “eurocrazia” – è il modo in cui la finanza sta distruggendo il nostro Paese amato dal sole e dal debito. Ma non tutto è perduto. Siamo ancora in tempo per invertire la marcia e per riprenderci tutto. Il primo gesto da compiere è abbandonare l’euro e tornare alla sovranità nazionale. Ci vuole un moto d’orgoglio, occorre trovare la fierezza di essere italiani o, come diceva Gentile, “sinceramente zelanti di un’Italia che conti nel mondo, degna del suo passato”.