Secondo Peter Greenaway il cinema è morto. O almeno, questa è la tesi che l’autore di Il ventre dell’architetto (ma anche di Le valigie di Tulse Luper e di tanti altri film) sosteneva provocatoriamente giorni fa intervenendo al festival Europacinema di Viareggio. La morte del cinema (ma non è un dibattito un po’ stantio che rischia di richiamare le vecchie diatribe sulla morte dell’arte?) sarebbe dovuta al fatto che ormai tutti possiamo fare cinema e trasformarci in piccoli o grandi cineasti grazie a telefonini, laptop, videocamere ecc. e che tutti possiamo farci il nostro film anche grazie al telecomando della tv. Sarebbe cioè dovuta alla fine della supremazia del cinema e delle immagini che, viste in un telefonino, non sono più “bigger than life”, per riprendere il titolo di un vecchio film di Nick Ray, e impediscono in tal modo quello straordinario rapporto amoroso che ogni vero spettatore ha con il cinema.

Guardata da Torino, dove è in corso ancora per tutta la settimana il Torino Film Festival, la morte annunciata da Greenaway sembra per la verità ancora lontana. A parte le maxisale piene anche la mattina alle nove, gli incassi che crescono, il pubblico che parla di cinema mentre fa compostamente la fila all’ingresso – un piacere, questo di sentir dispiegare la cinefilia che esiste ancora in Italia, che vale da solo qualche giorno di distacco dal lavoro per seguire il festival – a parte tutto questo, sono i film stessi, la carne del cinema, che sembrano offrire un panorama più vivo che mai nella sua multiformità, nella sua perenne mobilità, nella sua continua capacità di rinnovarsi pur restando sempre se stesso. Festa mobile è del resto il titolo hemingwayano di una delle sezioni più brillanti del TFF.

In questa mobilità il cinema riscopre, se mai l’avesse dimenticata, la sua vocazione documentaria. Dove il termine documentario va inteso in senso ampio, non solo come testimonianza della realtà sempre più complessa, sfaccettata, ricca di storie che popolano gli angoli più reconditi del mondo e meritano di uscire dall’ombra, ma anche come percorso verso e dentro l’identità. E’ questa forse la cifra più autentica del TFF, da sempre attento a dare del cinema un’idea più umanista che fantasy.

Così, da un lato ci sono film nei quali la realtà irrompe con i suoi odori e le sue durezze, con il suo grigio continuo, come il napoletano Il segreto di cyop&kaf (rigorosamente minuscolo), cineasti-writers napoletani che lavorano da antagonisti in quelle zone oscure che sono i quartieri spagnoli, raccontandone i vicoli, gli antri dei palazzi distrutti dal terremoto e mai ricostruiti, i vuoti fisici che diventano vuoti dell’anima da riempire e illuminare con un falò. Dall’altro lato ci sono film che non sono veri e propri documentari (ma l’idea di un confine netto tra documentario e finzione è un’idea del ventesimo secolo…), e che raccontano percorsi di vita in cerca di se stessi, come il venezuelano Pelo Malo di Mariana Rondón, storia sofferta di un bambino confrontato troppo presto con i problemi della vita adulta, ambientata tra vite lacerate collocate in periferie costruite come gigantesche prigioni. O come il polacco Ida di Pavel Pawlikowski, che racconta con uno stile bressoniano asciutto e carico di silenzi e di deserti dell’identità e degli affetti, il percorso di Ida, giovane novizia nella Polonia comunista degli anni Sessanta in cerca delle tracce della sua famiglia perdute nell’oscurità di un passato incerto. O come, su un altro piano, meno introspettivo e più on the road, lo struggente Inside Llewyn Davis di Joel ed Ethan Coen, il cui eroe, Llewyn, vive in maniera randagia e prende e molla le occasioni che la vita gli offre di continuo, lasciandosi andare a dormire dove capita, entrare nella vita che gli tocca, o rassegnandosi semplicemente a “esistere”, come dice alla sorella quando parla dell’ipotesi di riarruolarsi nella Marina Mercantile.

In questa inquietudine identitaria una piccola felice sorpresa è un film italiano, Il treno va a Mosca, di Federico Ferrone e Michele Manzolini, opera singolare fin dalla sua materialità (è fatto quasi interamente con filmini 8mm girati nel 1957) e dalla sua idea: quella di ripercorrere attraverso materiali d’archivio la storia di una delusione e di uno scontro tutto imploso tra un ideale politico e la sua concretizzazione in occasione di un viaggio fatto a Mosca. Il film si costruisce quindi come un viaggio della e nella memoria, il cui protagonista, il vecchio barbiere Sauro Gravaglia, ripercorre con toni venati ora di nostalgia, ora di inquietudine ora di sorriso l’avventura di quel viaggio, espressione di un mondo che sarebbe finito con i funerali di Togliatti.

Come questi film ci raccontano, il cinema in fin dei conti è la straordinaria piazza di un confronto: confronto con la realtà, con l’altro, con se stessi in quanto anche altro. E come Torino ci mostra questa piazza è ancora e sempre di più un luogo condiviso.