Torno a parlare di Pound, anche se, questa volta, per ragioni esclusivamente letterarie e cioè la pubblicazione di un bel libro con Dvd di uno dei più noti e bravi ‘poeti sonori’ italiani, Enzo Minarelli, intitolato Il centro del cerchio (Campanotto ed., 2013) e dedicato al ritrovamento di un nastro con alcune letture inedite di Pound, effettuate nella fase finale della sua vita, durante il suo soggiorno italiano, nel dopoguerra.

Minarelli non è solo un poeta, ma anche uno studioso di poesia ‘sonora’ e da anni come editore, organizzatore e archivista raccoglie i suoni della poesia del mondo, basti qui citare la ormai mitica collezione di vinili 3vitre, nella quale negli anni ha pubblicato quanto di meglio la ricerca sonora mondiale ha prodotto, o il suo progetto Voce Regina, un archivio sonoro consultabile presso il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Bologna e che raccoglie molte delle voci più importanti della poesia ‘sonora’ internazionale. 

Il testo di cui mi interesso oggi è invece il diario di una scoperta, quella di un vecchio nastro Geloso su cui, ormai in condizioni periclitanti, stava la voce di Ezra Pound in una serie di sinora sconosciute letture e conversazioni poetiche.

A trovarlo è Minarelli stesso nell’archivio di Anna e Martino Oberto, due tra i protagonisti delle avanguardie genovesi del secondo dopoguerra, amici e sostenitori di Pound, che lo accoglieranno nel suo ritorno in Italia dopo la liberazione dal manicomio di Washington in cui era stato rinchiuso.

Il libro nasce da quest’occasione e ricostruisce tutto il complesso lavoro che ha permesso al poeta emiliano di individuare i testi letti da Pound (spezzoni dei Cantos CX e CXIII)e di metterli in relazione con quanto già pubblicato a stampa. Ciò lo conduce non solo a ripercorrere molti dei luoghi italiani di Pound, a partire dagli affreschi di Palazzo Schifanoia, ma anche di inquadrare e approfondire sempre meglio molti aspetti del soggiorno italiano di Pound nel dopoguerra. 

Al di là dell’importanza più meramente ‘archivistica’ – il ritrovamento del nastro in sé, ed anche la rilevanza delle osservazioni di Minarelli a livello storico, cioè la capacità poundiana di influenzare grandemente le sperimentazioni poetiche italiane dagli anni 50 in avanti ben oltre il solo ambito sanguinetiano o strettamente Neo-Avanguardista – questa pubblicazione ha, poi, un suo valore tutto particolare perché è uno dei primi casi italiani di lavoro di ricostruzione critica del ‘suono’, intendo di un audio, dunque dell’oratura di una poesia. 

Minarelli si definisce ‘archeologo del suono’, io ho pensato a lui come a un ‘filofono’, cioè qualcuno che lavori sul suono come un filologo lavora su un testo, ma cambia poco. Ciò che importa è che il suo lavoro sul suono, e dunque anche sulle caratteristiche ‘formali’ della lettura poundiana, ci ricorda come, oggi più che mai, sarebbe utile sviluppare una serie di strumenti critici capaci di leggere le ‘forme sonore’ della poesia.

L’avvento dei media elettrici ed elettronici ha provocato una serie di conseguenze di notevole importanza sui metodi stessi produzione (scritta) e di esecuzione (orale) della poesia. Per esempio, più ci si avvicina al presente più il lavoro filologico di collazione e confronto delle ‘varianti’ testuali si fa impossibile. I sistemi di scrittura contemporanei, su word processor, annullano le versioni precedenti a quella finale e fanno del testo un’opera il cui processo di composizione è sostanzialmente sconosciuto e destinato a rimanere tale. Per altro verso, la possibilità di avere a disposizione una massa sempre maggiore di registrazioni sonore di letture ‘autoriali’ ci offre un materiale di immenso valore, non solo per quanto riguarda il suo valore ‘emotivo’, ma proprio a livello critico.

Pur essendo sostanzialmente qualcosa di molto simile a uno spartito, il testo alfabetico, che è composto sostanzialmente da fonemi, è però uno spartito piuttosto povero di indicazioni per quanto riguarda la sua esecuzione ad alta voce. Ecco allora che le registrazioni assumono il valore di un vero e proprio ‘testo sonoro’ (La Via) capace di indicarci e chiarirci una serie di caratteristiche formali del testo letterario che sostanzialmente rischierebbero di restare non disambiguabili a livello esecutivo.

Il lavoro di Minarelli non a caso, non si limita alla ricostruzione del ’suono originale’, al “restauro” del testo sonoro di Pound, ma si applica all’analisi delle forme orali delle sue esecuzioni, al suo riferimento costante ai modi di lettura di Yeats, alla sue diversità rispetto a quelli scelti da Eliot, o a quelli del coevo Futurismo italiano.

L’importanza del materiale ‘audio’ nell’analisi letteraria contemporanea è – peraltro – confermato da una parte della manualistica ultima, ad esempio Poesia e Storia di Lorenzini e Colangelo, che integra nel suo ricco apparato multimediale una serie di file audio di letture ‘autoriali’ contemporanee, anche se poi – ma questo è ormai un tic dell’Accademia italiana e di certa sua pavidità nel mettere mano ai ‘canoni’ – dimentica di citare proprio la maggior parte dei poeti contemporanei che sulla voce avevano posto la loro scommessa formale, così ascoltiamo leggere Zanzotto, o Sanguineti, ma ignoriamo l’esistenza di Patrizia Vicinelli, Adriano Spatola, o Demetrio Stratos.

Il lavoro di Minarelli, dunque, al di là della sua evidente importanza nel campo strettamente ‘poundiano’, ci ricorda ancora una volta che occorrerebbe oggi una critica non solo ‘letteraria’, ma più integralmente ‘poetica’, capace di leggere tanto il testo quanto la sua ‘oratura’, nella misura in cui essa, giorno dopo giorno, ritorna ad essere sempre più il canale di fruizione maggiormente diffuso per la poesia, che si tratti di reading, poetry slam, festival di poesia, o riproduzioni e registrazioni digitali di letture ‘autoriali’ dal vivo.