Ho visto il film di Gennaro Nunziante e Checco Zalone, lunedì 4 novembre allo spettacolo delle 22.30 al cinema Maestoso di Roma. Il mitico Johnny Palomba vi direbbe anche la fila N e il posto 24. A differenza di quello che potrebbe far pensare la mia filmografia da produttore io vado a vedere regolarmente anche questo genere di film, cercando di esserne spettatore senza pregiudizi. Sole a catinelle è una specie di favola, adatta a bambini e adulti, che in alcuni momenti non può non far ridere, a meno che appunto uno non entri al cinema con la puzza sotto al naso. Detto questo, pur avendo trascorso un’ora e mezza in fondo piacevole, per me è un onesto film senza alcuna infamia e senza troppe lodi, come molti dei film che vedo, italiani e non.

In questi giorni ho letto interviste al produttore, al regista, al protagonista; ho letto le critiche; ho letto analisi di intellettuali, psicologi, esperti di marketing, perfino di Gabriele Muccino. Rimango dell’idea che davanti a un fenomeno del genere, che polverizza in quattro giorni tutte le possibili previsioni più ottimistiche che non potevano non tenere conto di quanto siano cambiati drammaticamente in peggio gli incassi generali da Che bella giornata ad oggi, non ci siano troppi perché. E’ così e basta. Mi fa ridere sentire parlare di un nuovo modo di fare cinema, di stilemi propri della commedia all’italiana, di tenerezza e verosimiglianza, di sogni in tempo di crisi, di modi geniali di affrontare temi scottanti come il razzismo, l’omofobia e il rapporto uomo-donna. Continuo a non accettare la conclusione a cui si arriva leggendo tutte queste analisi, secondo le quali sembrerebbe che questo sia l’unico modo rimasto di fare cinema e chi non pensa e applica questo è meglio che vada a casa. Tutti gli oltre sessanta film che ho prodotto nella mia vita messi insieme sono usciti in meno della metà delle sale in cui è uscito Sole a catinelle e hanno incassato meno dei due spettacoli serali del primo giorno di programmazione. Continuerò a maggior ragione a fare cinema come l’ho sempre fatto, senza invidie e senza competizioni, con serenità, con energia, con la consapevolezza che sui campi cinematografici si giocano campionati diversi, tutti a loro modo e in misure diverse necessari.

Ho sentito dire, anche da parte di miei colleghi illuminati, che il risultato di questo film aiuta e serve a tutto il cinema italiano. E qui mi incazzo. Questo film dà una boccata d’ossigeno al gruppo Mediaset e Medusa, che se anche dovessero decidere di rimettersi seriamente in moto lo faranno in questa direzione, a parte forse Sorrentino. E ai circuiti di sale cinematografiche che lo hanno programmato, che potrebbero cominciare a pagare un po’ degli arretrati che devono a film meno fortunati e meno forti dal punto di vista contrattuale. Punto e basta. D’altra parte falserà i dati percentuali al punto da far gridare in maniera ingannevole e fuorviante alla rinascita del cinema italiano e falcidierà attraverso i contributi sugli incassi le poche risorse di denaro pubblico a disposizione del cinema. Non un solo spettatore sarà stimolato grazie a questo film ad andare a vedere un altro film italiano, anche perché molti solo con questo hanno esaurito il loro budget annuale destinato al consumo di cinema in sala.