Dal punto di vista dei diritti umani, il mese scorso in Arabia Saudita è andato come gli altri: male.

Sabato 26 ottobre, le autorità hanno fatto di tutto per impedire lo svolgimento della protesta delle donne al volante. Le reiterate minacce di usare la forza, da parte del ministero dell’Interno e  l’hackeraggio del sito della protesta non hanno fatto desistere un gruppo di coraggiose attiviste, che hanno sfidato il divieto e pubblicato online i loro filmati al volante.

L’Arabia Saudita è l’unico paese al mondo in cui le donne possono acquistare un’automobile ma non possono guidarla da sole. Il divieto non ha una base legale né religiosa ma è stato introdotto nel 1990 per ossequio alla tradizione ed è tuttora difeso dalle autorità con la giustificazione che è la società che lo vuole

Con l’eccezione della Mecca, in Arabia Saudita non esiste un servizio pubblico di autobus o metropolitane. Ogni giorno una donna, se vuole spostarsi con la sua automobile dal punto A al punto B, deve chiedere a un parente di accompagnarla oppure assoldare un autista. Questa norma ha un effetto devastante sulle attività quotidiane e ha un enorme effetto deterrente rispetto all’istruzione, alle prospettive di una carriera lavorativa e persino per quanto riguarda le cure mediche.

Ogni volta che le attiviste hanno osato violare il divieto di guida, sono scattati arresti, multe, condanne alle frustate (per fortuna, non eseguite) e obblighi di sottoscrivere dichiarazioni di non ripetizione del “reato”.

Vale la pena sottolineare che le donne saudite non solo non possono guidare da sole. Hanno anche bisogno di un tutore o guardiano, spesso un parente maschio, che decide sulla loro vita matrimoniale, sull’educazione e l’impiego e ha il potere di autorizzare viaggi all’estero e persino determinati tipi di intervento chirurgico. 

Il 30 ottobre, il tribunale di primo grado di Gedda ha condannato a tre mesi di carcere Waleed Abu al-Khair, uno dei più noti avvocati per i diritti umani (ha difeso tra l’altro il blogger Raif Badawi, condannato a luglio a sette anni di carcere e a 600 frustate per “offesa alle autorità religiose”).  

Al-Khair è stato giudicato colpevole di  “offesa al sistema giudiziario”, per aver firmato, nel 2011,  una petizione che condannava la mano pesante usata dai giudici nei confronti di 16 riformisti, rivendicava il diritto di manifestazione pacifica e chiedeva la fine degli omicidi di polizia nei confronti dei manifestanti sciiti nella Provincia orientale dell’Arabia Saudita.

Al-Khair presenterà appello contro la condanna ma a breve dovrà subire un altro processo, stavolta in un tribunale speciale per i reati di terrorismo. Deve rispondere dei seguenti atti di “terrorismo”: aver invocato una monarchia costituzionale, aver rilasciato interviste ai media con l’intenzione di danneggiare la reputazione del paese, aver comunicato con agenti stranieri e, immancabile, aver offeso il sistema giudiziario.