Memphis maturò da mercato a metà strada a grande metropoli. Saloon e tende-bordello, una volta inzuppati dal sudore dei marinai ubriachi ed eliminati il fetore di tanfo acido di suini, melma, liquame e schiavi, è oggi meglio conosciuta per Graceland e i Grizzlies più che per Beale Street e il blues. La sua sudicia fondazione come quartier generale per puttane ed esseri umani venduti al miglior offerente fu oscurata dalla magia della fusione musicale. La Sun Records si considerava la miccia che aveva acceso gli anni Cinquanta con Elvis e il rock’n’roll. Con Carla e Rufus Thomas e Otis Reading, la Stax Records portò il blues in classifica con ritornelli, fiati e un beat solido che si sviluppò con Al Green e Willie Mitchell. Memphis significò musica. E fu proprio a Memphis sul balcone di un motel, che il Dottor Martin Luther King Jr. fu ucciso il 4 aprile del 1968. Quell’assassinio è uno dei nostri punti di partenza. 

Leggere L’ultima vacanza. A memoir di Gil Scott-Heron (tradotto da Daniela Liucci e pubblicato da LiberAria), mi ha dato la stessa sensazione provata ascoltando le sue canzoni: un flusso di parole oneste, una storia spezzettata e variegata impregnata di sincerità,con i pro e contro che può donare a chi la racconta. 

Il libro, altamente autobiografico, ma che si legge come fosse un romanzo realista che attraversa gli Stati Uniti degli ultimi cinquantanni, ruota in qualche modo intorno alla figura di Martin Luther King Jr. Nel 1980 Stevie Wonder invitò Gil Scott-Heron e il suo gruppo ad accompagnarlo in un tour attraverso l’America: l’intento era quello di ideare insieme una festa nazionale in onore del reverendo King. L’ultima vacanza è il racconto affascinante di cosa è accaduto durante il viaggio, e di come Heron si sia trovato coinvolto in un simile progetto. 

Ma per raccontare questo incredibile tour Heron parte da molto lontano, da Jackson nel Tennessee, dove viene allevato dalla nonna. È qui che impara a suonare il pianoforte e a scoprire la magia del suono delle parole. È qui che per la prima volta ascolta il blues che arriva da Memphis alla radio e che inizia il suo viaggio: bambino di umili origini diventerà uno dei musicisti più importanti della sua generazione, politicamente impegnato e con una forte coscienza sociale, selvaggiamente satirico ma profondamente empatico.

I visi pallidi in un certo senso si sentivano ancora in obbligo nei confronti della Confederazione, una fedeltà ereditata dalla memoria di Robert E. Lee e Jefferson Davis, anche se tutto ciò con cui dovevano identificarsi erano i nomi delle strade principali e dei campi di battaglia trasformati in trappole per turisti. 

Ironico, con un linguaggio veloce, a volte pieno di rabbia a volte di dolcezza, Heron racconta la sua esperienza che dal Tennessee arriva alle strade d’America. Ci sono il movimento per i diritti civili, il Vietnam, l’impatto con New York, il meraviglioso rapporto con la madre, donna originale e straordinaria, l’affermazione nelle scuole per bianchi grazie alle proprie capacità intellettive, il desiderio e la fatica di voler diventare un romanziere, le band che forse sono jazz o forse blues o forse qualcosa di nuovo, l’industria musicale, i rapporti con i colleghi, i politici degli anni Settanta, le follie hollywoodiane di un attore presidente quale fu Reagan, le pagine struggenti e indimenticabili dedicate a John Lennon e al suo inutile omicidio, la musica e il mondo più poveri, gli anni Ottanta che cavalcano furiosi verso il nuovo decennio. Spunti letterarie gettati al lettore come pallottole. Merito anche di una traduzione impeccabile, L’ultima vacanza. A memoir è un testo originale, mai scontato, per immergersi negli Stati Uniti e nella loro storia.

Gil Scott-Heron è stato un poeta e musicista conosciuto principalmente come autore di spoken word, cioè di poesia recitata su basi musicali. Iniziò a incidere musica nel 1970 con l’album Small Talk at 125th & Lennox con la collaborazione di Bob Thiele, del co-autore Brian Jackson, Hubert Laws, Bernard Purdie, Charlie Saunders, Eddie Knowles, Ron Carter e Bert Jones, tutti musicisti jazz. L’album includeva l’aggressiva diatriba contro i grandi mezzi di comunicazione posseduti da bianchi e l’ignoranza della classe media d’America sui problemi delle città in canzoni come Whitey on the MoonPieces of a Man del 1971 aveva canzoni dalla struttura più convenzionale rispetto al discorso libero e sciolto del primo album, anche se le classifiche furono raggiunte solo nel 1975 con Johannesburg. Il suo più grande successo fu nel 1973, The Bottle, prodotto insieme al suo collaboratore di lunga data Brian Jackson, che toccò il picco al numero 15 delle classifiche R&B.

Nel settembre 1979 partecipò a New York al grande concerto antinucleare No Nukes, insieme a Bruce Springsteen, Jackson Browne, James Taylor, Crosby, Stills & Nash e tanti altri. La sua We almost lose Detroit compare sia nell’album No Nukes che nell’omonimo film che documentarono l’evento. Durante gli anni Ottanta Scott-Heron continuò a pubblicare canzoni, attaccando di frequente l’allora presidente Ronald Reagan e la sua politica conservatrice. Fu lasciato senza contratto dall’Arista nel 1985 e smise di incidere musica, anche se continuò a fare tour.

Nel 1993 firmò con la TVT Records e pubblicò l’album Spirits che conteneva il memorabile pezzo Message To The Messengers. La prima traccia dell’album era una poesia che prendeva posizione nei confronti degli artisti rap di quei giorni. Nel 2001 Gil Scott-Heron fu arrestato per reati di droga e per violenza privata. Apparentemente, la morte della madre, le spese per il funerale e la cocaina lo portarono in una spirale negativa. Uscito di prigione nel 2002, Gil Scott-Heron lavorò con i Blackalicious e apparve nel loro album Blazing Arrow. Negli ultimi anni passò altri problemi giudiziari legati alla droga. È morto il 27 maggio 2011, all’età di 62 anni, a New York.

Gil Scott-Heron è famoso in particolare per la sua poesia/canzone The Revolution Will Not Be Televised.