Il governo di Alfano e Letta appare sempre di più come la riproposizione in chiave contemporanea della vecchia Democrazia Cristiana. Ma i protagonisti di allora cosa pensano di questa situazione? Che futuro vedono per questo paese?

A guardare i gagliardetti alle pareti e le coppe esposte sulle mensole, è difficile pensare di essere seduti nell’ufficio di una persona che le stanze del potere le conosce come fossero quelle di casa. Ma delle apparenze è meglio non fidarsi troppo: lo sport è solo il secondo grande amore di Giancarlo Tesini. Prima viene lo scudo crociato, di cui è stato uno dei massimi esponenti per oltre tre generazioni. Imparando a muoversi tra correnti, equilibri e faide interne. E oggi può permettersi di seguire la politica da semplice spettatore: “Torna la Democrazia cristiana? Non credo sia possibile. La storia non si può ripetere. Gli unici eredi di quei valori potrebbero essere Renzi e Letta. Ma è più una scommessa che una osservazione dei fatti”.

Classe 1929, bolognese doc, Tesini è stato dirigente della Democrazia cristiana, consigliere comunale, deputato per cinque legislature, e tre volte ministro: nel 1981 e nel 1982 con delega al Coordinamento della ricerca scientifica e tecnologica, e dieci anni dopo, nel primo governo Amato, con quella ai Trasporti. Dopo Tangentopoli, ha deciso di ritirarsi, dedicandosi solo alla Fortitudo, società di pallacanestro di cui oggi è presidente: “Non volevo che si dicesse ‘ecco torna il vecchio Tesini’. Per carità: io sono vecchio, ma almeno mi diverto e in un certo senso faccio anche un’attività socialmente utile, lavorando con dei giovani nello sport”.

Tesini non nasconde di aver riposto le speranze nell’Ulivo, per poi svegliarsi disilluso dopo le ultime vicende dei democratici. “Il Pd è fallito perché è nato come la somma di cose vecchie: un pezzo di Partito comunista, un pezzo della vecchia Dc, una parte del mondo laico, e una di quello repubblicano”. Del presente promuove a pieni voti solo Letta: “Serio e competente, ha ereditato il rigore morale di Andreatta”. Mentre per il futuro punterebbe su Renzi, “l’unico in grado di risvegliare quella passione politica che animava noi della Prima Repubblica”.

Più che all’area andreottiana, Tesini è sempre stato vicino a quella corrente di “sinistra” incarnata da Romano Prodi e legata all’esperienza e all’insegnamento di Beniamino Andreatta. “La Dc ha pagato, forse anche troppo, il conto più alto che una formazione politica potesse pagare, cioè la scomparsa dalla scena nazionale. E quindi la cancellazione di un’esperienza, che oggi si tende a rivalutare. Perché insieme alle responsabilità va ricordato anche il merito. Ossia quello di aver trasformato l’Italia da nazione distrutta dalla guerra, a una delle più grandi potenze mondiali”.

L’ex ministro tira fuori l’album dei ricordi, ritorna con la memoria a quando era poco più che maggiorenne. Quando conobbe Alcide De Gasperi, “il miglior politico della Dc ma di certo non un mostro di oratoria”. Quando iniziò “a fare politica per passione, per adesione a ideali in cui ci credeva davvero, e per i quali si combatteva”. Quando passeggiava per Bologna con i libri di Don Sturzo sotto braccio, e in consiglio comunale bisognava andare di sera, dopo il lavoro. “Altro che gettoni di presenza”.

Poi sono arrivate le indagini, le manette, i processi. E l’ascesa di Forza Italia. “Il declino della politica è legato è al graduale decadimento etico dei partiti. Io l’ho vissuto della Dc: le correnti erano nate come momenti della dialettica politica, poi però sono diventate strumenti di potere. Questo è alla base di Tangentopoli, e di tutto quello che verrà dopo. Perché la stagione berlusconiana, inutile negarlo, nasce in una logica di continuità negativa con quella appena precedente. Berlusconi è stato l’interprete puntuale di alcuni fenomeni di corruzione che si erano manifestati nella Dc degli ultimi anni, e nei socialisti. Ma credo che oggi sia un capitolo chiuso. Come resta chiuso quello della Dc”.