Dal lodo che porta il suo nome, Alfano, al metodo Boffo, di cui ieri Vittorio Feltri ha riparlato: “Fu una polpetta avvelenata di Sallusti”. Dal servilismo al terrore. Il berlusconismo non lascia scampo ai suoi complici pentiti. Tutto torna. A cominciare da Niccolò Ghedini, senatore e avvocato di B., che i ministeriali descrivono come l’anima nera dei falchi di Palazzo Grazioli. La resa di Angelino Alfano al Condannato, che dovrebbe reggere anche dopo l’ennesimo ultimatum berlusconiano, è soprattutto merito di Ghedini.

Già guardasigilli ombra che dettava lodi e leggi ad personam ad Alfano ministro della Giustizia, il legale dei guai del Cavaliere sarebbe stato il sicario incaricato di recapitare un po’ di messaggi al capo delle colombe fedifraghe. E la frase finale, un’allusione evidente al metodo Boffo, che si basa sull’uso politico della notizia, più spesso del fango, avrebbe spaventato il quarantenne Angelino senza quid. Il quale da giorni compulsa i quotidiani di destra con il cuore che schizza. Ieri, i sussulti sono stati più d’uno. Sul Giornale di Sallusti (e Santanchè) ben due le pagine per massaggiare i “diversamente berlusconiani”, cioè alfaniani, Renato Schifani (“La maledizione dei superpresidenti” del Senato) e Maurizio Lupi (il partito lobby di Comunione e liberazione). Servizi che sono un’autentica novità per il lettori sallustiani, abituati a leggere di Schifani e Lupi come di due eroi senza macchia della destra padronale del Condannato. Su Libero, poi, un lungo articolo sul dossier che avrebbe spinto il Cavaliere a “congelare” Alfano. Poca roba, che però serve a mettere pressione e paura sul giovane vicepremier.

Ma che cosa teme Alfano? Secondo la versione che circola tra i falchi del Pdl, Ghedini avrebbe fatto riferimento alla moglie di “Angelino”, che divenne nota quando il marito s’inventò la riforma della mediazione civile. Lei si chiama Tiziana Miceli e fa l’avvocato civilista. È stata una delle primissime mediatrici dopo la svolta del consorte guardasigilli. Quanto guadagna oggi? Mistero. Sul sito dell’attuale vicepremier e titolare dell’Interno non c’è infatti traccia della dichiarazione dei redditi di Miceli. Consenso negato per la legge sulla privacy. Così si conoscono le cifre del marito, circa 105mila euro, ma non le sue. All’interno del Pdl girano cifre a sei zeri, dieci se non venti volte superiori a quelle del marito. Del resto, tre anni fa, nel 2010, la moglie di Alfano denunciava circa 230mila euro.

Secondo capitolo, i rapporti tra Alfano e il clan dei Ligresti, precipitato nell’abisso giudiziario. A Roma, la famiglia del capo dei ministeriali vive nel condominio più lussuoso dei Parioli. Di proprietà dei Ligresti, appunto. Il prezzo dell’affitto è un dettaglio. Nel senso che l’amicizia impone cifre inferiori a quelle di mercato. Tra moglie mediatrice e casa di favore, Alfano è un prodotto tipico della Casta, per tralasciare i guai del fratello Alessandro. Come ha detto Barbara Berlusconi: “Molti agiscono solo per interesse, per le poltrone e per il potere”. Altro che la politica, altro che il polpettone del padre tradito (il Condannato) dal figlio prediletto (il Senza Quid).

A fronte di questi timori, la soluzione di tutto non può che essere la resa. Nel Pdl sono convinti che i due, “Silvio” e “Angelino”, si parleranno e torneranno di nuovo insieme. Forse già da ieri sera. Il rientro in Forza Italia riguarderebbe lui e altri due ministri, Lupi e De Girolamo. Niente da fare, invece, per Quagliariello (Riforme) e Lorenzin (Salute) che seguiranno il destino dei governisti duri e puri come Cicchitto e Formigoni. Sui due ministri giubilati, sarebbe pure stato proposto uno “scambio di prigionieri”. Per la serie: “Caro presidente noi ti diamo le teste di Quagliariello e Lorenzin, ma tu taglia Verdini e la Santanchè”. Ma chi si arrende, in genere, non è mai in una posizione di forza. Soprattutto se corre il rischio del metodo Boffo.

da Il Fatto Quotidiano del 30 ottobre 2013