Tramontata la speranza di un compromesso alto sulla legge elettorale, restano aperti quattro scenari. Quello oggi preferibile prevede il ritorno al Mattarellum. Perché con i collegi uninominali, migliorerebbe anche la selezione della classe politica. Ma serve un colpo di mano in Parlamento.

di Tommaso Nannicini* (lavoce.info)

I quattro scenari

Il mio professore di econometria all’università, Maurizio Grassini, amava ripetere che se un problema ha una soluzione, è davvero un problema. Altrimenti, è semplicemente una iattura. Il dibattito sulla legge elettorale assomiglia sempre più alla seconda fattispecie.

L’opportunità di un compromesso alto che desse un senso “costituente” alle larghe intese – doppio turno di collegio e semipresidenzialismo – è scomparsa il giorno in cui la Cassazione ha trasformato in definitiva la condanna a Silvio Berlusconi. Restano quattro scenari.

1. Si trova un compromesso tampone tra le forze parlamentari per modificare il Porcellum, con sbarramento al 40 per cento sul premio di maggioranza e con qualche correttivo per la selezione dei parlamentari (come le preferenze, il sistema misto o le circoscrizioni piccole alla spagnola).
2. Matteo Renzi diventa leader Pd e sostanzia la sua proposta di “legge dei sindaci”, plausibilmente un proporzionale con premio di coalizione a doppio turno, ingaggiando poi una difficile trattativa per farlo passare.
3. Salta tutto e ci teniamo il Porcellum.
4. Salta tutto, ma a qualcuno riesce un colpo di mano parlamentare per tornare al Mattarellum.

Che cosa aspettarci? E che cosa augurarci?
Sul piano delle previsioni, il primo e il terzo scenario sono i più probabili. Se il Governo dura ancora per qualche tempo, il Parlamento dovrà modificare il Porcellum. Ma è difficile che Berlusconi e Grillo regalino il doppio turno di coalizione a Renzi. E, in caso di scissione nel Pdl, la pattuglia pronta a raccogliersi sotto i vessilli del partito popolare europeo non accetterebbe soluzioni diverse da un proporzionale con pochissime correzioni. Se salta tutto, si rischia di andare alle urne con l’attuale – pessima – legge elettorale. Il colpo di mano pro-Mattarellum non ha molte chance, se non altro perché la stragrande maggioranza degli attuali parlamentari avrebbe seri problemi a farsi eleggere in un collegio uninominale.

Perché è meglio il Mattarellum

Sul piano della desiderabilità, però, sono proprio il Mattarellum e il doppio turno di coalizione a dominare gli altri scenari, sebbene neanche loro rappresentino la soluzione ottimale in astratto. Con tre poli della stessa consistenza, il Porcellum modificato del primo scenario ci ricaccerebbe nel proporzionale e nei governi decisi (e disfatti) in Parlamento. È vero che con tre poli come gli attuali nessuna legge elettorale può garantire la governabilità. Ma il Mattarellum renderebbe più instabile l’equilibrio proporzionalistico e consociativo. Gli italiani tornerebbero a familiarizzarsi con i collegi uninominali, e questo metterebbe un paletto maggioritario in vista di future riforme. Da par suo, il doppio turno di coalizione (a patto di estenderlo al Senato, visti i tempi stretti per superare il bicameralismo paritario) garantirebbe una chiara individuazione della responsabilità di governare nell’arco di una legislatura. Per dirla con Renzi: sapendo chi ha vinto la sera del (secondo) voto.

Il Mattarellum, però, avrebbe un vantaggio aggiuntivo rispetto al doppio turno di coalizione: migliorare la selezione della classe politica. È vero che nei collegi “sicuri” la coalizione favorita per la vittoria può ”candidare anche il proverbiale cavallo di Caligola. Ma nella fase attuale – ad alta mobilità del voto e con tre poli consistenti anziché due – è davvero difficile mettere l’etichetta di “sicuro” o “incerto” su collegi uninominali a turno unico. Servirebbero cartomanti più che sondaggisti. È quindi difficile pensare che i partiti potrebbero permettersi di presentare troppi candidati mediocri, la cui unica esperienza è quella di funzionario di partito o segretario del capocorrente, piuttosto che persone capaci d’intercettare l’elettorato di opinione, meno politicizzato e più “convincibile” sulla base di proposte e competenze.
Insomma, più che da fini strategie militari, l’opzione più favorevole agli italiani potrebbe arrivare da un’azione di guerriglia che prenda tutti di sorpresa al momento giusto. Alla Ghino di Tacco. Ci aveva provato il deputato Roberto Giachetti. Ma forse non era, appunto, il momento giusto.

*È professore associato di economia politica all’Università Bocconi di Milano, dove insegna econometria e political economics. Ha pubblicato su numerose riviste scientifiche, tra cui l’American Economic Review e l’American Political Science Review. Ha insegnato all’Universita’ Carlos III di Madrid e svolto periodi di ricerca ad Harvard University, MIT, Fondo Monetario Internazionale, EIEF e CREI. È affiliato anche ai centri di ricerca IGIER-Bocconi e IZA.