Un nuovo presidente, con la faccia pulita, senza esperienze in politica per gestire la transizione georgiana ma con alle spalle i rubli di chi, grazie a Vladimir Putin, è diventato miliardario con le privatizzazioni russe? E’ una delle ipotesi che immediatamente ha iniziato a circolare dopo le elezioni presidenziali in Georgia. Era visto come il beniamino dell’Occidente, il volto delle riforme che aveva rotto le catene di un ex stato satellite sovietico. Sotto la presidenza di Mikheil Saakashvili la Georgia aveva fatto passi da gigante per smarcarsi dai veti della Russia di Putin.

Eppure alle elezioni quella strategia pro Stati Uniti è stata sconfitta dalla verve di Giorgi Margvelashvili, filosofo ed ex rettore universitario poco noto al grande pubblico, che si è aggiudicato le politiche al primo turno con circa il 60% dei consensi, sconfiggendo David Bakradze, candidato del presidente uscente. Per ben due volte rettore dell’Istituto georgiano degli affari pubblici (dal 2000 al 2006 e di nuovo dal 2010 al 2012) non appartiene ufficialmente ad alcun partito politico. Ma lo scorso anno divenne membro del gabinetto di Bidzina Ivanishvili come ministro dell’Istruzione e della scienza e lo scorso febbraio vice primo ministro. Alla vigilia delle elezioni aveva annunciato che in caso di ballottaggio si sarebbe ritirato dalla competizione: così non è stato, perché premiato dal 62% dei voti contro il 21% di Bakradze, ex presidente del parlamento del presidente uscente Saakashvili e contro il 10% di Nino Burjanadze.

Nessuno degli altri 20 candidati ha ricevuto più del cinque per cento dei voti, solo quarto il populista leader del partito laburista Shalva Natelashvili, con il 2 per cento. La stragrande maggioranza degli elettori georgiani sembra però aver preso in parola l’avvertimento del primo ministro uscente, il miliardario Ivanishvili, che (come ha detto pubblicamente prima dell’apertura delle urne) avrebbe considerato alla stregua di un insulto il rendimento inferiore al 60% per Margvelashvili. E infatti su 87 seggi elettorali, solo 30 hanno accusato un rendimento inferiore al 60 per cento per il candidato del partito Sogno georgiano. Il nuovo leader politico, che giurerà il prossimo 17 novembre, “sarà solo un presidente debole con uno sfondo politico debole” ha commentato Helen Khoshtaria, un analista politico indipendente molto ascoltato in Georgia.

Il riferimento è non solo al fatto che Margvelashvili pur essendo stato un commentatore, non abbia alcuna esperienza politica diretta, quanto al fatto che la sua padronanza del russo e del francese nulla potranno contro una modifica costituzionale che riduce i poteri del presidente in favore dell’assemblea parlamentare. Margvelashvili infatti sarà capo di stato e comandante in capo delle forze armate, ma gli emendamenti costituzionali verranno controbilanciati dal parlamento: un passo destinato a fare della Georgia una democrazia parlamentare completa, come osservava lo stesso presidente nel corso della campagna elettorale. Ma che secondo alcuni commentatori sarebbe la prima causa del disimpegno ufficiale da parte del primo ministro uscente che resterebbe nell’ombra e con nel cassetto già pronte le modifiche a questa revisione costituzionale che toglie rapidità decisionale al Presidente.

Ma dove inizia il nuovo corso georgiano? Lo scorso ottobre Mikhail Saakashvili uscì sconfitto dalle elezioni che di fatto misero la parola fine alla Rivoluzione delle rose di nove anni fa. Il “Sogno georgiano” del miliardario Bidzhina Ivanishvili, accusato di essere “la mano di Mosca”, sconfisse il “Movimento nazionale unito” del presidente sia nello scrutinio proporzionale che in quello maggioritario. Ivanishvili, 185mo uomo più ricco del pianeta e primo nel suo Paese, secondo Forbes ha un patrimonio stimato di 5,5, miliardi di dollari, ed è da sempre considerato il braccio armato di Mosca a Tbilisi. Ha realizzato significativi business durante il periodo delle privatizzazioni post-sovietiche in Russia in campo bancario e metallurgico. Dopo la rivoluzione delle Rose (2003-2004), Ivanishvili ha abbandonato la Russia ed è tornato a vivere in Georgia nel suo borgo natale, Chorvila.

Si è guadagnato i titoli dei maggiori quotidiani occidentali per la sua passione di collezionista, aggiudicandosi il “Dora Maar au Chat” di Pablo Picasso a un’asta di Sotheby’s nel 2007 per 95 milioni di dollari. Un particolare significativo riguarda la sua partnership finanziaria con Vitaly Malkin, oligarga israelorusso con un patrimonio di un miliardo di dollari. Nel 2009 il governo canadese lo ha accusato di coinvolgimento in un presunto riciclaggio internazionale di armi e denaro. Tra l’altro all’inizio di quest’anno il blogger russo anti corruzione, Alexey Navalny, ha pubblicato sul suo blog i documenti comprovanti il fatto che Malkin ha omesso di dichiarare la proprietà di 111 condomini in Canada e che ha un passaporto israeliano. Passaggio che lo ha costretto alle dimissioni dal Consiglio della Federazione.

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