Al tribunale di Monza è alle battute finali il processo di primo grado contro alcuni componenti della famiglia Miriadi di Vimercate. Sul tavolo minacce, tentate estorsioni e addirittura un sequestro di persona non riuscito perché la vittima è fuggita. Il tutto aggravato dall’utilizzo del metodo mafioso. Una tesi, quella del pm Marcello Musso, irrobustita dai contatti tra i Miriadi e Bartolo Foti, uomo di ‘ndrangheta legato alla locale di Desio, coinvolto nell’operazione Infinito del luglio 2010. Nelle carte dell’indagine ci sono colpi di pistola e bottiglie incendiarie. Un bel carnet di violenza che in parte e da tempo si è riversato nel processo. Tanto da minacciare addirittura il pubblico ministero. La situazione in aula è esplosiva. Tanto che il pm, durante l’udienza del primo luglio 2013, ha dovuto chiamare il comandante della compagnia di Monza “per disporre la costante presenza in aula di due militari in divisa”. Questo si legge nella lettera che lo stesso magistrato, dopo l’ennesima udienza convulsa, il 25 settembre 2013 ha inviato al comandante dei carabinieri di Monza, al dirigente del nucleo scorte e addirittura al questore di Milano Luigi Savina.

Nella missiva (una pagina) si fa riferimento ad “atteggiamenti se non minacciosi certamente intimidatori e provocatori posti in essere tra il numeroso pubblico composto non solo dai parenti dei detenuti ma da numerosi personaggi interessati a seguire il processo”. Questo il motivo per il quale lo stesso giudice Brambilla, l’estate scorsa, ha sospeso l’udienza dicendo: “Chiameremo un carabiniere che sarà presente in aula (…) terremo in aula un carabiniere fisso (…) anche per la presenza di molto pubblico, di una forte conflittualità”.

Va ricordato che il pubblico ministero ha ereditato il fascicolo da un altro magistrato della Direzione distrettuale antimafia di Milano. Inizialmente i capi d’imputazione non erano aggravati dall’articolo 7. Aggravante aggiunta da Musso che ha chiesto condanne fino a 27 anni. Un riformulazione supportata da diverse intercettazioni e dagli oggettivi rapporti tra i Miriadi con uomini, che la procura di Milano, ritiene legati alla ‘ndrangheta. Tra questi, oltre a Bartolo Foti, anche il nipote Vincenzo Cotroneo (solo indagato nell’inchiesta Infinito). Lo stesso che più volte è andato a trovare lo zio nel carcere milanese di Opera passando al prente dei bigliettini. Passaggi che, va detto, non hanno portato all’arresto di Cotroneo. Anche se, ragiona il capo-centro della Dia Alfonso Di Vito, la fotografia di questa indagine può permettere di far emergere i nuovi assetti della ‘ndrangheta scompaginati solo in parte dall’operazione Infinito.

E poi le intercettazioni. Una su tutte. Quella tra Vincenzo Miriadi e Giuseppe Foti, imprenditore calabrese residente in Costa azzurra, che interviene, per conto dei Miriadi, in una disputa con alcuni calabresi di Lodi. Dice Giuseppe Foti: “Quando imparerete a camminare negli angoli del triangolo ricordatevi sempre, liberatevi (…) verso il centro (…) A ogni angolo del triangolo ci sta una porta che conduce ad altre tre porte le quali tre porte conducono a nove arcate (…) Nei tre punti degli angoli (…) troverete tre iniziali: che sono la U la O e la N, umiltà, onestà, coraggio (…) cose meravigliose (…) e ricordatevi che il coraggio dell’uomo è la nobiltà, diciamo che un uomo coraggioso è un uomo nobile… (…) salutatemi agli amici che sono in macchina con voi sempre se io sono degno…”. Partendo da queste parole, il pubblico ministero ricorda le recenti sentenze del tribunale di Milano sui clan calabresi che hanno attualizzato anche per la Lombardia “i rituali della ‘ndrangheta”. Da qui “si deve inferire che nel corso di questa conversazione si documentano chiari riferimenti alla procedura di costituzione di una ‘ndrina e alle tradizioni e formule rituali di affiliazione”. Non c’è la mafia, ma il metodo mafioso. Che si alimenta di rapporti e contatti. Tra questi, registrano gli investigatori della Dia, il fidanzamento tra Giovanni Miriadi e la figlia di Lorenzo Fornasini, uomo ritenuto vicino al boss della ‘ndrangheta Giuseppe Onorato e al narcotrafficante di Cosa Nostra Guglielmo Fidanzati.

Torniamo allora in aula a Monza. Il pubblico ministero ragiona di questo nella sua requisitoria, riformula i capi d’imputazione, fa emergere l’ambiente (questo si mafioso) dentro al quale agiscono i Miriadi. Particolari che non ha lasciato indifferente il pubblico in udienza. E dunque nella sua lettera il magistrato racconta di episodi inquietanti, avvenuti nel piazzale fuori dal tribunale, che hanno allarmato la sua stessa scorta. L’autista e l’appuntato “hanno sentito pronunciare parole di minaccia nei confronti del pm, da parte del pubblico”. E ancora: “Pare sia stata vista una persona con in mano una bottiglia d’alcool”.