Cari Gomez e Travaglio,

ho letto con interesse il vostro doppio intervento sulla vicenda che riguarda il M5S e l’immigrazione, e dato che scrivete che non vi fa paura il dibattito vorrei proseguirlo partecipando anch’io.

Al di là della poco interessante querelle sui falsi amici, che credo ingiustificata ma comprensibile da parte di chi è da anni oggetto di una incessante campagna di stampa da parte di quasi tutti i media italiani, voi avete insistito nel mantenere la discussione sul merito: è giusto o meno abolire il reato di immigrazione clandestina? Personalmente condivido le vostre argomentazioni e penso anch’io che sia giusto farlo, perché si è rivelato farraginoso e inefficace nel contrasto all’immigrazione clandestina, ma mi sembra sfuggirvi che la questione principale posta da Grillo non è di merito, ma di metodo.

Contrariamente a quanto scrivono i giornali italiani, basta leggere il post per accorgersi che Grillo, pur esprimendo nel merito una opinione diversa dalla mia e da quella dei parlamentari, non ha nessuna intenzione di dettare la linea. Ha, se mai, obiettato al fatto che la linea fosse dettata dai soli parlamentari, ricordando che loro, in qualità di portavoce, dovrebbero limitarsi a rappresentare le opinioni dei cittadini; e che molti dei voti del Movimento 5 Stelle sono arrivati da elettori che non condividono assolutamente alcuna presa di posizione che possa essere o anche solo sembrare un aiuto all’immigrazione clandestina. Per questo, Grillo pretende che sia la rete a decidere una posizione in materia.

Inoltre, non è necessario disporre di una fantomatica “piattaforma” per consultare e conoscere le opinioni degli elettori. Ognuno di noi incontra gli elettori ogni giorno, ha migliaia di contatti in rete, sui social network, sui blog. Non ci vuole una scienza per sapere che, almeno da noi a Torino, moltissimi dei nostri elettori sono contrari a un incremento dell’immigrazione, in una città dove già decine di migliaia di persone, italiane e straniere, vivono rovistando nei cassonetti o con gli aiuti alimentari. Basta avere l’umiltà di aprire le orecchie alle opinioni diverse dalla propria.

L’obiezione per cui il tempo è tiranno e sono state prese posizioni su altri argomenti non nel programma, permettetemi, è inaccettabile: nessuno di quegli argomenti ha una rilevanza pubblica come questo. Prendere una posizione strumentalizzabile su un argomento importante e controverso senza prima aprire una discussione pubblica e assicurarsi del consenso generale è stato un errore di valutazione politica. Dopo, anche se la realtà tecnica della proposta è un’altra, diventa impossibile modificare la sua percezione pubblica.

Dunque la vera questione in ballo in questo episodio è in realtà un’altra: nel Movimento 5 Stelle, i milioni di voti degli elettori già di centrodestra – che sono legittimamente contrari all’immigrazione senza freni, senza per questo essere necessariamente xenofobi – sono ancora i benvenuti, e i nostri parlamentari intendono esserne portavoce oppure no?

Il Movimento 5 Stelle vuole essere una forza né di destra né di sinistra che unisce tutti coloro che vogliono rovesciare il sistema, una sorta di “larghe intese dei cittadini” da contrapporre alle larghe intese del potere e della finanza, oppure vuole connotarsi con le battaglie tipiche della sinistra radicale, destinandosi alla stessa fine politica e cioè l’irrilevanza? Vuole rappresentare le istanze dei cittadini guardando in faccia la realtà, oppure vuole educare le masse autoattribuendosi la classica, terribile, insopportabile superiorità dei politici sui cittadini?

La visione politica che condivido, quella di Grillo e Casaleggio, è la prima. Quella dei nostri parlamentari, invece, alle volte sembra essere la seconda, forse senza nemmeno che se ne rendano conto. E’ di questo che stiamo parlando, è per questo che migliaia e migliaia di elettori infuriati hanno sommerso Grillo di improperi costringendolo a intervenire, ed è per questo che lui ha dovuto farlo; non per “calcoli elettoralistici”, ma perché per rovesciare il sistema serve unire tutti gli italiani, e serve mantenere le promesse che gli sono state fatte.

Per questo, dai nostri parlamentari mi aspetto proposte che uniscano, e non proposte che dividano. Spero che la riflessione porti il Movimento a elaborare una posizione organica e ben spiegata, che tuteli dallo sfruttamento e dal razzismo gli immigrati regolari ma chiuda le porte con civiltà e fermezza a quelli che non possiamo permetterci di accogliere. Guai se al contrario qualcuno tentasse di far passare, votando a maggioranza in assemblea o in rete, posizioni che alienano parti importanti del nostro elettorato: sarebbe l’inizio della fine.

Vittorio Bertola

Movimento 5 Stelle, Torino

 

Caro Bertola,

la democrazia diretta è uno dei principi base del vostro Movimento. E questo è un fatto positivo.

Le istituzioni repubblicane appaiono da anni in mano a un’oligarchia bipartisan, resa ancor più forte da una legge elettorale che non permette ai cittadini di scegliere i loro rappresentanti e finisce così per mettere troppo potere in mano a chi nomina deputati e senatori (i vertici dei partiti).

La democrazia diretta alla prova dei fatti rischia però di mostrare dei limiti. Il principale è rappresentato dalla natura stessa del lavoro del Parlamento. Alla Camera e al Senato gli eletti devono votare di continuo sulle materie più svariate. Devono prendere posizione e fare delle scelte. A volte devono persino decidere se avallare dei provvedimenti che non sono perfetti – ma che comunque migliorano la situazione esistente – piuttosto che non far nulla. Allo stato l’idea di poter consultare ogni volta la Rete o la base, e di farlo in maniera quasi istantanea o preventiva, è velleitaria. Inoltre è tutto da dimostrare che, anche quando la tecnologia lo consentirà, i cittadini o gli iscritti al Movimento saranno davvero interessati a esprimere il loro parere su ogni singolo emendamento o iniziativa parlamentare.

Detto è questo è certamente obbligatorio introdurre nelle istituzioni istituti nuovi di natura partecipativa come il referendum propositivo, la possibilità di revocare i parlamentari e la discussione e votazione dei programmi elettorali. Se poi si potrà fare di più, meglio. Ma già questo sarebbe molto.

Un discorso a parte riguarda invece la funzione della politica. Quello che è accaduto con il reato di immigrazione clandestina è esemplare. Ragionare seguendo lo schema “ci conviene o non ci conviene elettoralmente” vuol dire seguire un percorso tipico dei vecchi partiti. È sbagliato e, sopratutto, è inutile. Per raccogliere consensi e mantenerli la politica deve dimostrare di saper proporre soluzioni efficaci ai problemi e saperle illustrare risultando convincente.

È vero che il M5S raccoglie molti consensi anche tra chi un tempo votava Lega o Pdl. Tu stesso ricordi però che non si tratta di elettori da considerare necessariamente xenofobi o razzisti, ma semplicemente di centro-destra. Giusto quindi tenere conto della loro particolare sensibilità nei confronti dell’immigrazione clandestina. Ma bisogna farlo dimostrando spirito pratico.

In questo caso, per esempio, l’obbiettivo – condiviso anche da buona parte di coloro i quali si collocano nel centro-sinistra – è riuscire a far fronte ai molti immigrati che arrivano in Italia (o meglio arrivavano, visto che la crisi ha cambiato in parte la situazione) senza avere la possibilità di trovare un lavoro. Il reato di immigrazione clandestina, introdotto 3 anni fa, si è dimostrato una grida manzoniana. Non ha limitato gli ingressi. Non ha velocizzato i rimpatri, ha intasato i tribunali, ha creato problemi nelle carceri (il turn over anche rapidissimo dei fermati ne aumenta la popolazione). Inoltre molto denaro dei contribuenti è stato sperperato per pagare il lavoro inutile di polizia, magistratura, cancellieri e avvocati di ufficio.

Queste cose un buon politico le può e le deve spiegare. Contemporaneamente deve saper offrire delle soluzioni diverse e migliori.

Su un tema importante come l’immigrazione il Movimento, Grillo e Casaleggio, non si sono però ben comportati durante la stesura del programma. Ignorare la questione è stato un errore. Come era accaduto in altri casi, per elaborare una strategia sarebbe stato bene incontrare esperti, magistrati (Il Fatto, per esempio, ha intervistato il procuratore aggiunto di Torino, Paolo Borgna che ha lanciato proposte serie e severe, per nulla buoniste, ma del tutto efficaci e ragionevoli alla luce dell’esperienza maturata sul campo), volontari, comitati di cittadini e immigrati.

Il decreto sicurezza Maroni (che ha reso la clandestinità reato) e la Bossi-Fini vanno rivisti in molte parti. Avere la volontà e il coraggio di farlo vuol dire essere pragmatici e non demagogici. Vuol dire essere seri. E la serietà, anche e soprattutto in un Paese come questo, paga.

di Peter Gomez e Marco Travaglio