Bangkok. Più che una città, una massa confusa gettata su una palude di mangrovie. Non avrebbe mai dovuto espandersi tanto lontano dal fiume Chao Phraya e dalle rive dei suoi canali. Le case di legno su palafitte con i loro balconi un po’ sbilenchi e le barche sottili ormeggiate agli scalini, i vecchi templi e i palazzi cinti da mura, vicino all’acqua verde e marrone, sono belli. Il resto è un mostro che allarga le sue dita scheletriche in ogni direzione. Il risultato di un inesorabile, in alcuni casi sconsiderato, sviluppo edilizio realizzato, in gran parte a basso costo, in nome della necessità e del progresso.

In una megalopoli che straccia minuto dopo minuto ogni legame con il proprio passato urbano si svolge la storia raccontata ne Il viaggio del Naga di Tew Bunnag, edito da Metropoli d’Asia e tradotto in italiano da Massimo Morello.

Bunnag, poliedrico e cosmopolita scrittore thailandese, ci regala un romanzo di ampio respiro, dalla struttura apparentemente semplice che si legge d’un fiato. Don, Arun e Marisa sono accomunati dal Naga: questo serpente sacro, che rappresenta la forza creatrice e distruttrice dell’acqua, si affaccia nelle loro vite scegliendo per ognuno tempi e modi diversi, fino a convogliare un’apparente casualità in un disegno ben preciso. I tre protagonisti, infatti, si incontrano per la prima volta al funerale di PiO (una figura enigmatica, dalla valenza morale ambigua), durante il quale si troveranno coinvolti in una decisione che unirà per sempre le loro esistenze, cambiandole profondamente.

In realtà il libro è molto più di questa rivelazione di destini incrociati. È un’immersione viscerale e concreta dietro la maschera della vera protagonista del romanzo: Bangkok, con tutte le sue estreme caratteristiche: grattacieli, slum, vegetazione, cemento, sacro, profano, tradizione, modernità, droga, prostituzione, solidarietà, effluvi di marijuana, aromi di basilico rancido, vapori di zuppe agrodolci, vicoli brulicanti, e la putrefazione selvaggia che tanto affascina chiunque abbia visitato la città. Una città dove i ricchi e ben istruiti uomini del mondo dello spettacolo, della politica e degli affari vanno a braccetto con illegalità, sesso e droga. Una città dove la gente comune crede ancora negli spiriti e nell’endemico mondo delle fatalità e della reincarnazione buddista.

Il cielo restava offuscato dall’inquinamento e l’atmosfera sembrava da bagno turco. Di mattina era ancora sopportabile, ma di pomeriggio l’aria si faceva acre, carica di fumi di combustione, e i marciapiedi irradiavano un calore che costringeva i cani ad accucciarsi all’ombra. In quelle torride settimane solo i mendicanti restavano al loro posto, sotto i ponti pedonali che sovrastano le arterie di grande traffico o agli incroci, chiedendo l’elemosina con quell’aria di rassegnato distacco che li rende quasi invisibili

Uno stile delicato, ma al contempo duro quello dell’autore, uno stile capace di raccontare i mille umori di Bangkok: poetico, metropolitano, infantile, demodé, futurista, romantico, profetico. Profetico perché Il viaggio del Naga è stato scritto nel 2007 e parla di una grande inondazione e, a leggerlo oggi, sembra proprio che Tew Bunnag abbia visto nel futuro, quando gli allagamenti hanno sommerso Bangkok nel 2011.

L’acqua del mare si unì a quella del fiume Chao Phraya, provocando una vera furia degli elementi. Sebbene stesse dormendo, la gente di Bangkok udì un rombo profondo, seguito da un ruggito che nessuno aveva mai udito, come se un mostro affamato si fosse risvegliato negli abissi e volesse mostrare la sua potenza distruttiva. Quando l’ondata irruppe in città fu tutto sradicato, spazzato via, polverizzato. Alberi, lampioni, auto e camion furono trascinati come giocattoli. Le case che non erano di cemento armato furono stritolate e gli abitanti che non erano scappati furono risucchiati e sommersi in quel vortice furioso senza alcuna speranza di sopravvivere.