Il piano di aiuti per la Grecia annunciato dal Fondo monetario internazionale il 9 maggio del 2010 sarebbe stato architettato per salvare le banche europee, assicurando loro il tempo necessario per disfarsi dei rischiosissimi titoli pubblici greci, a scapito della popolazione greca che ha poi dovuto affrontare una crisi devastante. Il dubbio è stato sollevato, come mostrano i verbali riportati dal Wall Street Journal, da alcuni membri della stessa organizzazione di Washington, proprio nella riunione che aveva dato il via libera al programma di salvataggio.

Circa un terzo dei membri del board – oltre quaranta Paesi non europei tra cui Canada, Russia, Brasile e Australia – aveva sollevato dubbi sul piano durante il meeting, sostenendo che era “troppo ottimista”, “insostenibile” e “ad altissimo rischio“, perché “concepito solo per salvare i creditori europei e non la popolazione greca”. Tra i più critici, all’interno del board, era Pablo Andres Pereira, rappresentante dell’Argentina, che aveva proposto di mettere sul tavolo l’alternativa di una ristrutturazione del debito volontario. E perfino lo stesso Dominique Strauss-Kahn, allora numero uno del Fondo, in privato avrebbe espresso il proprio scetticismo sul successo del piano di salvataggio, sostenendo che era basato su proiezioni finanziarie troppo rosee.

La maggior parte del debito greco, spiega il quotidiano americano, era infatti nelle mani delle fragili banche francesi e tedesche e gli Stati Uniti temevano per la loro esposizione miliardaria nei confronti degli istituti del Vecchio Continente. Washington e Bruxelles hanno quindi fatto pressione sul piano, che è poi passato nonostante le obiezioni dei rappresentanti di molti Paesi, suscitando violente proteste in tutto il Paese per i criteri più che severi attraverso i quali veniva concesso il prestito. I risultati sono adesso sotto gli occhi di tutti: l’economia greca si è contratta di un quinto dal 2009 a oggi e la disoccupazione ha raggiunto il 28 per cento.