Secondo disco autoprodotto per la band salernitana Tristema intitolato Dove tutto è possibile, un album rock composto da 12 brani che, grazie agli arrangiamenti elettronici e ai beat campionizzati, possiede un sound molto eterogeneo e ricercato. Il disco è il risultato di un lavoro di gruppo durato anni e rappresenta una raccolta di esperienze vissute nel corso degli anni dai componenti della band, dove ognuno ha apportato il proprio contributo per un unico e comune percorso comunicativo. Lo scopo, peraltro raggiunto, è quello di cantare e suonare concetti e farlo con un proprio stile. In più scrivono in italiano e questo rende loro onore: nel nostro paese sono poche le band che si avvicinano al genere esprimendosi in lingua madre. La partecipazione di Daniel Gildenlöw dei Pain Of Salvation, dà al disco anche un respiro internazionale. Ma andiamo a conoscerli meglio.

Innanzitutto partirei dal vostro nome. Qual è il significato?
“Triste” è uno stato d’animo, e poi uno “status quo” qualora diventi patologico, di coloro che vivono con la convinzione di aver fallito il loro obiettivo unico, in amore, nel lavoro, mortificando la propria autostima, oppure ricercando in maniera nevrotica un’eterostima che non percepiranno mai; “ma” l’invito è di cogliere la felicità e l’istinto di sopravvivenza in ogni attimo e respiro che tiene ancora in piedi, lì, pronti a cogliere ancora la meraviglia della vita: “Seppur siamo suscettibili di vivere momenti difficili, cogliamone l’amarezza al solo fine di assaporare l’immenso piacere di ‘esserci’”.

Si intitola “Dove tutto è possibile” il vostro nuovo disco che presenta brani dal taglio filosofico. Mi dite qual è il messaggio che vi piacerebbe venga colto da chi l’ascolta?

Dove tutto è possibile è una galassia con i suoi mondi e i suoi ecosistemi. Ogni brano ha una caratteristica ben diversa, sia per le sonorità sia per i testi. Di base c’è un concept generale che si può notare a partire dalla copertina creata dall’artista spagnolo Felideus: lo scopo è richiamare l’attenzione sulle persone, divorate e “nutrite” dalle DISinformazioni dei media, che spesso diventano il cuore pulsante del nostro “credo”. Apriamo gli occhi, alimentiamo il nostro senso critico ricercando nella storia e nella vera informazione e ragioniamo con la nostra testa!

Avete pubblicato il vostro primo disco nel 2007. Sei anni sono molti. Come mai ci avete messo così tanto a uscire con un nuovo lavoro?
Ci siamo concessi il lusso di goderci alcune esperienze nelle quali abbiamo creduto fortemente, così come abbiamo sfidato e messo alla prova il nostro sound su interpretazioni di autori italiani e internazionali che stimiamo molto. Mettiamo anche un lavoro piuttosto lungo unito a collaborazioni autorevoli nel nuovo disco e viene fuori un tempo in apparenza lungo, ma strettamente necessario.

Il disco ha una buona fruibilità melodica, grazie ai diversi generi che vi sono miscelati. Ma tra tutti, qual è il genere che considerate a voi congeniale?
Premesso che partiamo da un ascolto piuttosto vario, senza perciò configurarci in modo asettico, ritenendo che tutti i generi abbiamo un senso purché contestualizzati storicamente e dal punto di vista della tipologia di comunicazione nonché modalità espressiva, noi crediamo che la musica non debba porsi dei limiti ma, al contrario, servirsi delle sue diversità per potenziarne l’espressività concettuale ed emozionale, soprattutto “live”. Però possiamo dire che di base, nonostante le molteplici sfumature di diversi generi presenti nel disco, conserviamo una forte e distinta matrice Rock, particolarmente riscontrabile durante i concerti.

Qual è la vostra più grande ambizione?

Produrre la nostra musica, portarla in giro e arrivare al pubblico che l’aspettava da tempo, ma anche al pubblico che non se l’aspettava.

Nel disco c’è una collaborazione con Gildenlow dei Pain of Salvation. Come è venuta fuori questa collaborazione?
Daniel Gildenlöw è da sempre uno dei nostri idoli, oltre che un riferimento artistico autorevole, fin da quando è nato il progetto Tristema. Il nostro chitarrista, Alessandro, ha seguito i Tour dei Pain of Salvation anche all’estero restando in contatto con l’artista svedese. Dopo avergli fatto ascoltare il brano “L’assenza”, ci siamo ritrovati come risposta, nella mail, le tracce della sua voce… Emozione indescrivibile, un orgasmo sensoriale è stato scoprire il suo entusiasmo in questa straordinaria featuring nel nostro disco.

Quali sono i tre album che secondo voi non possono mancare nella “collezione ideale”?
Bè, dovrebbero esserci i Pain of Salvation con The perfect Element pt 1. Jeff Buckley con il suo splendido Grace. E un artista nostrano, Paolo Benvegnù con Le Labbra.

Quanto sono importanti per voi i social network?
I social network rappresentano una vetrina, l’occasione per rendere visibile in tempo reale le proprie attività, di qualsiasi natura esse siano, e in quanto tale, fin troppo inflazionato. Il miglior modo per arrivare al pubblico resta sempre quello dei live, dove, non solo dimostri cosa sei realmente, ma hai modo di relazionarti con persone e avere dei veri feedback.

Avete un vostro pubblico che vi segue? Che rapporto avete?
In questi anni siamo riusciti a far girare il nome in diversi canali, creando così una buona fanbase. Salire sul palco è l’unica cosa vera che ci resta, l’unico momento che dà un’emozione sempre diversa. Tutto quello che c’è prima, durante e dopo sono attimi di vita che ti porterai sempre dentro.

Qual è il ricordo più emozionante legato alla vostra attività artistica?
Sicuramente l’apertura al concerto di Vasco Rossi sul palco del Futurshow di Bologna. “Il Palco”, un palco davvero tosto da calpestare, sia per l’opportunità che stai vivendo, sia per la follia che devi avere nel metterti in gioco davanti a un pubblico così esigente.

Prossimi progetti?

La nostra priorità, come dicevamo prima, è far crescere l’intensità emotiva del nostro spettacolo e, allo stesso tempo, comporre nuove idee per il futuro imminente.