Da quando il capitalismo liberista ha imposto le proprie regole di comportamento nei mercati di tutto il mondo, i governi che sono entrati nella sua sfera di influenza, non solo evitano di farle, ma evitano persino di parlarne. Come se fosse una bestemmia. Premesso qui che non mi riferisco alle nazionalizzazioni di carattere politico, di tutt’altra natura, che non voglio nemmeno prendere in considerazione, su quelle di carattere economico, mi sembra incomprensibile che, nelle opportune sedi, non se ne debba nemmeno parlare.

Il caso della Ilva di Taranto, con tutte le sue mega-problematiche, mi sembra proprio un caso tipico del quale se ne dovrebbe almeno parlare, e farci sopra un serio studio. Ovviamente, non per far guadagnare qualche parcella milionaria ai soliti consulenti ben piazzati in area politica decisionale, ma realmente per risolvere problemi che le iniziative private si espongono a fare solo se c’è un guadagno sicuro all’orizzonte.

Non c’è alcuna garanzia che il manager privato sia più bravo di quello nominato dal governo, quindi perché, quando una impresa delle dimensioni dell’Ilva, o dell’Alitalia o altre di quelle dimensioni, lo Stato italiano si arrende ancor prima di combattere e si rende disponibile ad aprire la porta a qualunque speculatore, piuttosto che cercare in tutti i modi possibili di difendere un patrimonio che, sia pure privato, è pur sempre un patrimonio della nostra nostra industria nazionale.

Mi rendo conto che in Italia c’è il problema, certamente non trascurabile, di una classe politica troppo contaminata dalla corruzione per prendere alla leggera l’ipotesi delle nazionalizzazioni, ma il vero problema non è questo, perché altrimenti se ne parlarebbe almeno. Il vero problema è che la politica italiana è massimamente contaminata anche da una filosofia economica liberista spinta agli estremi. Infatti questo problema lo si è visto in pieno nel 2008-2009, quando lo Stato americano ha acquisito quasi per intero il capitale delle mega-banche Fannie Mae e Freddy Mac, i due colossi finanziari dei mutui USA, senza però fare il passo decisivo della nazionalizzazione. Di fatto però si è trattato proprio di una nazionalizzazione, anche se hanno evitato di chiamarla così.

Il Tesoro americano ci ha messo i soldi e ci ha messo i suoi managers a dirigerli, quei due “carrozzoni”, come in Italia avrebbero chiamato a quel tempo le due banche. Che però, grazie anche a tutte le altre contemporanee manovre dello Stato a sostegno delle mega-banche e dell’economia in generale (QE1, QE2, QE3 ecc.), dall’anno scorso sono tornate in attivo e hanno potuto restituire allo Stato per intero i prestiti ottenuti (ndr: lo scorso anno Fannie Mae ha chiuso l’esercizio con un utile di 60 miliardi di dollari che sono naturalmente finiti quasi tutti nelle casse del suo maggiore azionista, cioè lo Stato).

Quindi quest’anno lo Stato americano ha potuto cominciare a immettere nel mercato le azioni delle due banche sicuro che non ci rimetterà denaro. Se a quel tempo il Tesoro Usa avesse lasciato che le due banche venissero sbranate dalla speculazione, esse sarebbero state acquistate a prezzo irrisorio, fatte a brandelli e l’America avrebbe perso due importanti istituti finanziari di riferimento per tutto il comparto immobiliare.

Ma non c’è solo l’aspetto finanziario a chiamare in causa la nazionalizzazione come possibilità almeno da esaminare, c’è anche quello sociale, non meno importante per chi si è messo alla guida di una nazione. Salvare una grossa impresa contribuisce sempre a dare un grosso sostegno a tutta l’economia in grandi aree del Paese. Quando lo fa lo Stato invece che un privato (ammesso che sia possibile trovarlo) equivale, almeno in via teorica, a trovare un forte investitore “no profit”, cioè che non lo fa per profitto.

Perché escludere a priori questa possibilità? Solo per tener fede ad una regola non scritta del capitalismo, che le nazionalizzazioni sono una bestemmia?