E’ arrivato il “rottamatore”, pieno di idee nuove. Parliamo di Matteo Renzi, naturalmente, che l’altro giorno, in televisione, offriva questa profonda riflessione sull’università: “Ma come sarebbe bello se riuscissimo a fare cinque hub della ricerca. Cosa vuol dire? Cinque realtà anziché avere tutte le università in mano ai baroni, tutte le università spezzettatine, dove c’è quello, il professore, poi c’ha la sede distaccata di trenta chilometri dove magari ci va l’amico a insegnare, cinque grandi centri universitari su cui investiamo..le sembra possibile che il primo ateneo che abbiamo in Italia nella classifica mondiale sia al centoottantatreesimo posto? Io vorrei che noi portassimo i primi cinque gruppi, poli di ricerca universitari nei vertici mondiali”.

Ora, chiunque abbia letto qualche articolo in vita sua sui problemi della scuola e dell’università dovrebbe sapere che il modo in cui i ranking internazionali sono costruiti li rende inattendibili e del tutto inutili per avere un quadro della ricerca italiana, come è stato dimostrato in varie analisi condotte da ROARS oppure dal giornale dell’università di Padova, “Il Bo”. 

Le classifiche sono uno strumento di marketing ma se vogliamo per un attimo prenderle sul serio, chiediamoci per quale motivo Harvard figura sempre ai primi posti e gli atenei italiani no. Per esempio, una ragione potrebbe essere che il suo bilancio 2012 era 4 miliardi di dollari, cioè circa 3,03 miliardi di euro. E quanto era il Fondo di finanziamento ordinario per tutte (ripeto: tutte) le università italiane nello stesso anno? Era 6,83 miliardi, da dividersi per i 66 atenei statali, come spiega un ottimo articolo di ROARS. In altre parole, un solo ateneo americano spende il 44% di tutti quelli italiani messi insieme. L’Italia è 30° su 33 paesi dell’Ocse nella spesa per l’università in rapporto al Prodotto interno lordo ed è ultima (ripeto: ultima) nella spesa per l’istruzione in percentuale sulla spesa pubblica.

Il futuro candidato a presidente del consiglio Renzi ripete a pappagallo le facili polemiche sulle “università spezzettatine” in mano ai “baroni” senza rendersi minimamente conto dei problemi complessi di un sistema che coinvolge milioni di studenti e decine di migliaia di docenti. Come scriveva Alessandro Robecchi tempo fa: se devo scegliere fra Renzi e Marina Berlusconi vado dal dentista a farmi impiantare una capsula di cianuro.