C’è un equivoco nel messaggio al Paese a reti unificate di Silvio Berlusconi, che ha sentito il bisogno di celebrare in modo estroso la sua condanna definitiva a quattro anni di reclusione, con esclusione dai pubblici uffici, per colossale e ingegnosa frode fiscale. Non lo dico per antiberlusconismo, di cui pure mi si può sospettare, ma per una necessità professionale di chiarezza. Infatti, l’equivoco ha deviato un poco anche il monito presidenziale, che ha rimproverato equamente due presunte parti in conflitto, senza notare che si trattava di un criminale e dei suoi giudici. Può essere utile ricordare brevemente.

Il condannato, apparso su tutte le reti, ha definito i giudici impiegati che dovrebbero obbedire e invece gli sono stati gettati contro dai “comunisti” del partito dell’odio. Ma ecco l’equivoco. È evidente che coloro che perseguitano Berlusconi e coloro che vogliono governare con lui, al punto da obbedirgli anche se in apparenza presiedono il governo, non possono essere le stesse persone. Se i giudici fossero politici, lo assolverebbero subito per permettergli di governare insieme ai suoi presunti persecutori. È vero che i famigerati “comunisti” non lo hanno mai politicamente battuto (o meglio, due volte, ma con Prodi in testa). Ora può, proprio lui, dimenticare, benché in tarda età, che proprio i “comunisti” hanno chiuso perentoriamente la bocca a chi stava provando a fare davvero opposizione (i “girotondi”, Sylos Labini, Antonio Tabucchi, L’Unità tra il 2001 e il 2007)?

Il fatto è che “le grandi intese” con Berlusconi (“da non demonizzare, da non criminalizzare, da non chiamare regime, stando, per favore, alla larga dalla malattia infantile dell’antiberlusconismo”) sono cominciate subito dopo Prodi e continuate sempre, nelle commissioni e in aula, fino a votare insieme leggi come “il pacchetto sicurezza” contro gli immigrati o il trattato di fraterna amicizia perenne con la Libia di Gheddafi.

Ma vi pare che chi vota insieme alla Lega e poi – all’unanimità (tranne due Pd e i Radicali) per Gheddafi (compreso l’esborso di una immensa cifra da cui ci ha salvato soltanto la loro rivoluzione) manderebbe i giudici a perseguitare Berlusconi? Egli lo dice perché persino lui si rende conto che altrimenti il suo rabbioso lamento apparirebbe (lo è) del tutto privo di senso.

Ma questo modo di mettere le cose (fingendo, creduto fino in alto, che la condanna sia parte della lotta fra politica e giustizia) lo protegge da una domanda che certo lo infastidisce: nel Paese in cui così tanti e così volentieri gli hanno ceduto e continuano, per prudenza, a cedergli, perché solo i giudici hanno mantenuto il loro impegno costituzionale, e lo fanno persino se sono autorevolmente sgridati? Ammettiamolo, questa domanda per Berlusconi è un tormento, ed è necessario trasformarlo in complotto. Berlusconi ci riesce sulla base di due fattori ignoti in altri luoghi e sistemi politici del mondo. Il primo è che un uomo, che dovrebbe essere già detenuto, parla al Paese. Il secondo è la protezione giornalistica che lo scorta.

Esempio. il giorno dopo il violentissimo attacco ai giudici che “hanno posto fine alla democrazia”, un importante commentatore politico ha scritto: “Berlusconi ha dato una grande lezione di realismo” (Pierluigi Battista, Corriere della Sera, 19 settembre). Ma sullo stesso giornale, appena un mese dopo la pesante condanna definitiva (15 settembre) lo scrittore e critico Gian Arturo Ferrari aveva anticipato alcuni argomenti che gli sembrava utile fornire agli italiani: “Quella in corso su Berlusconi è semplicemente una guerra, ricompaiono i cappi al collo, le esecuzioni e i relativi plotoni. (…) Ma dietro il fango, lo sfregio, dietro l’indecenza c’è qualcosa di ancora più preoccupante. Il nostro futuro”.

Ancora pochi giorni più indietro (12 settembre) il Corriere della Sera aveva pubblicato un editoriale di Michele Ainis in cui troviamo la chiave di tutto. Perché il condannato si vendica sui giudici ma non sui politici, dopo avere detto che la sua condanna è politica? Perché certi politici vogliono a tutti i costi governare con il condannato? Il fatto è che le due parti stringono insieme la chiave della stanza 138, dove hanno depositato qualcosa che è caro a entrambi, Ecco, nelle parole di Ainis, che è un apprezzato giurista, la spiegazione del thriller: “Il finimondo è un numero a tre cifre, 138, agitato come un altolà da quanti si oppongono al disegno di riforma e vedono un grimaldello per forzare la serratura della Costituzione. Sicché è guerra alle regole, tanto per cambiare (notare l’esasperazione, ndr). Infatti l’art. 138 detta le procedure per correggere la Carta.

Dov’è la ferita alla legalità costituzionale? “Un modo per dire che Stefano Rodotà, decine di altri giuristi, certo dello stesso livello e competenza di Ainis, e centinaia di migliaia di cittadini celebri e ignoti che hanno offerto le loro firme per salvare la Costituzione dai lavoretti in comune con il condannato e la sua gente, sono solo dei guastafeste male informati e mal guidati. Anzi, come dice testualmente Ainis con una stupefacente capriola, “sono i conservatori”.

Ma in questo modo sappiamo che stanno fingendo di governare insieme per cambiare insieme la Costituzione. E diventa chiaro perché, proprio adesso, “dobbiamo continuare” (si chiama “stabilità”): interrompere adesso il governo vuol dire – certo per il Pd – perdere tutto: le riforme, stranamente e ostinatamente volute insieme a Berlusconi, a Santanchè, a Cicchitto, a Brunetta, perdere la faccia, perdere la fiducia degli elettori, che non hanno mai chiesto né voluto una riforma della Costituzione (non “con loro”). E andare al voto con il Porcellum. Resterà qualche dubbio sulla qualità del gioco politico della presunta opposizione a Berlusconi. E dei giocatori.

Il Fatto Quotidiano, 22 settembre 2013