Inizia il 23 settembre e finisce il 27 la nona edizione del Lucca Film Festival, un’autentica rarità nell’asfittico panorama delle manifestazioni culturali cinematografiche del nostro paese. Vita durissima l’ha avuta e continua ad averla – i soliti maledetti dollari, anzi euro – ma il festival ideato, organizzato e coccolato dal suo giovanissimo mucchio selvaggio (Nicola Borrelli, Stefano Giorgi, Alessandro De Francesco, Francesco Giani, Andrea Diego Bernardini, Nicolas Condemi) continua imperturbabile la sua marcia verso l’olimpo della cinefilia rilanciando per quest’anno Peter Greenaway – con installazione annessa, lezione di cinema e qualche suo nobile titolo -, retrospettive sul cinema underground con nomi da paura come Stan Brakhage, Adolpho Arrietta e il 38enne ungherese Benedek Fliegauf  (Orso d’argento a Berlino 2012), più un concorso di cortometraggi dove più che chiedersi la differenza tra documentario e fiction tanto in voga in queste ore, si rivela minuto dopo minuto il segreto e la purezza della creazione cinematografica (segnatevi Ruskin’s point, capolavoro).

Inutile dire che i ragazzi che si sono inventati il festival non lo hanno fatto con intento commerciale, ma per pura ed esclusiva cinefilia. Campare di cinema, girato, prodotto, distribuito e/o mostrato, in questo evo moderno è pura utopia. Semmai si campa di un generico e stantio cinema in scatola: produzione rigorosamente in serie, senza nemmeno più il gusto della sperimentazione, delle variazioni di genere, dell’autorialità spinta.

Campare di cinefilia è invece un aspetto fisiologico, possibile, della psiche umana. Non si fanno soldi, non si diventa famosi, ma si gode a vedere su uno schermo cinematografico una serie di frammenti di immagine che di quello schermo hanno bisogno come la calamita col ferro.

E proprio per chi oggi pensa che la cinefilia sia un concetto muffo e antimoderno, chi crede che oltre all’“anima da cinéphile” per “capire il cinema oggi c’è bisogno anche del “corpo da fanatico del culto” (Carlo Freccero), ecco che il Lucca Film festival risponde con il rigore e la coerenza di chi ancora nel cinema cerca concetti assoluti come quelli del “bello” e della “perfezione”. Insomma, di chi ancora resiste di fronte all’idea che la famosa settima arte a suon di picconate dell’instant web, del video on demand, della digitalizzazione non realizzativa ma distributiva del film – autentico ricatto delle multinazionali dell’audiovisivo – non è morta, anzi vive e lotta insieme a noi.

Andate a Lucca come ho fatto io negli anni passati, incontrando un ebbro Jonas Mekas alle due di notte mentre passeggiava per il centro medioevale, o un Lou Castel a discutere di rivoluzione di fronte a una zuppa di fagioli, e ne vedrete/ascolterete/vivrete delle belle.

P.s. il post sgorga dall’anima e non risponde a prestazioni d’opera a favore di terzi…