In una delle tante pagine facebook dedicate a Christiane Vera Felscherinow, un utente scrive: “I’m so happy, you are alive”. Alive. Allora Christiane di Berlino non è morta, ed è un fatto straordinario per chi ha letto il suo diario maledetto, divenne un cult nell’Europa degli anni ’80, del muro e delle due Germanie, “Vir Kinder vom Bahnhof Zoo”; in Italia arriva nel 1981 per Rizzoli con il titolo Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino.

Christiane F - Noi, i ragazzi dello zoo di BerlinoFu un romanzo generazionale, oggi lo chiameremo autofiction (ma non del tutto, dietro ci sono due ottime firme, Kai Hermann e Horst Rieck); era il resoconto devastante di un’eroinomane tredicenne: fu il romanzo che ha spaccato due generazioni. Possiamo ammettere oggi che, dopo Christiane, la letteratura dell’eroina porta il suo nome, neanche Evan Hunter forse arrivò a tanto con il più raffinato “Aria chiusa”, di parecchio antecedente, altro genere, altra storia; inarrivabile Testori nel suo In exitu, eppure forse nemmeno lui. Hunter era uno scrittore, Testori lo era, Christiane era una ragazzina di Gropiusstadt, fatta di ero, di acidi, anfetamine, una che a dodici anni aveva provato il primo chilom, con gli amici della Haus der Mitte, lugubre ricovero psichedelico nella Lipschitzallee di un quartiere dormitorio di Kreuzberg, nella Paul Lincke Ufer. Christiane è viva? Una supplica o piuttosto un sortilegio che a lungo ha legato tutti alla medesima attesa, i suoi lettori sgomenti.   

È sopravvissuta, ha 51 anni, ed è già una notizia; è tornata al suo diario per raccontare la seconda vita, per l’esattezza “La mia seconda vita”, scritta a quattro mani con Sonja Vukovic stavolta, lo presenterà durante la Fiera del Libro di Francoforte, l’11 ottobre. Oggi ha un volto, ma un tempo il suo stigma era il chiodo (giubbotto di pelle), il fumo della Kurfustendamm che scoloriva dietro di lei, i capelli lisci, i jeans cuciti a pelle, muliebre, scavata, era l’icona spettrale di una generazione di automi, e tanto era nell’immagine che Natja Brunckhorst resistuitì nel film omonimo (scabroso per certi versi), diretto da Uli Edel.

La sua divisa da eroinomane nell’Alexanderplatz o nei sottopassaggi della Kurfustentrasse e il sound di Bowie, una specie di inno, Heroes, o il più gotico Sense of doubt, mortale, tragico, il vomito di bava in un gabinetto pubblico, il tremore della rota (l’astinenza, la spada, la scimmia), una siringa infilata nel collo, divennero una poetica, la poetica dello sballo, che assurse persino nobilmente ad una ragione riconosciuta, traducendo la somma di una fragilità storica, di una contemporaneità vulnerabile, popolata dai suoi paurosi lemure.

Christiane non fu la rivoluzione, fu un cambiamento senza epopea, il suo diario maledetto contagiò terribilmente il tedio suonato da Bowie in Sense of doubt, una partitura per overdose, sembrava fatta apposta, come quella canzone del suicidio che è meglio non ascoltare. Fu, quel romanzo, la gloomy sunday di almeno due generazioni, fu la canzone del suicidio. Non c’è epopea, ci sono pochi sopravvissuti, i morti in quel diario non presentano mostrine al petto, come Babsi, Babette Doge, titolavano i maggiori tabloid del tempo, “la più giovane vittima dell’eroina”, aveva 14 anni. O Detlef, che faceva marchette, sui marciapiedi del Bahnhof Zoo, con i pederasta, clienti di Atze, Lufo, Bernd, nei gabinetti di Bulowbogen nella Potzdamestrasse. O Stella, stesa sul suo vomito, bella da sembrare viva. Non era una diario e basta, era una serpe covata in seno.

il Fatto Quotidiano, 14 setetmbre 2013