Da più di un anno il dibattito sul futuro dell’Eurozona è ancorato alla data delle elezioni tedesche, il prossimo 22 settembre. Le aspettative sono enormi, forse eccessive, ma una cosa è chiara fin da ora: comunque vada, la montagna delle elezioni tedesche avrà partorito almeno un topolino, Alternative für Deutschland (AfD). Ma anche qualora le sue dimensioni restino contenute, il movimento “anti-euro” fondato da Bernd Lucke (professore di Macroeconomia all’Università di Amburgo) rischia di intaccare pericolosamente le fondamenta dell’unione monetaria.

Al di là del risultato, che dovrebbe portarlo a superare la soglia del 5 per cento, AfD ha già ottenuto una vittoria morale, infrangendo il tabù dell’indiscutibilità della moneta unica. Non sorprende che ciò accada proprio nel paese che dall’euro ha tratto i maggiori vantaggi. Questi vantaggi si stanno rivelando un’arma a doppio taglio: sepolti dai debiti contratti con la Germania per acquistare beni tedeschi, i paesi periferici dell’Eurozona cessano di essere un mercato di sbocco per l’industria tedesca. E così nell’economia della Germania, già minata da problemi strutturali (la questione demografica, la crescente disuguaglianza), cresce il desiderio di “piano B”. Inoltre, come spiegava Carlo Bastasin sul Sole 24 Ore del 22 agosto scorso, l’accesso al Bundestag permetterebbe ad AfD di sollevare eccezioni di costituzionalità nei confronti delle leggi federali e dei provvedimenti governativi. Ricordiamo che nel giugno scorso la Corte ha esaminato la legittimità del piano di salvataggio disposto dalla Bce, le cosiddette operazioni Omt, ritenendolo lesivo degli interessi del contribuente tedesco. La sentenza deve ancora arrivare, ma il dibattimento ha già creato apprensione: l’accesso di AfD al Bundestag moltiplicherebbe iniziative di questo genere.

La schiavitù del Sud. Data l’importanza di AfD nel panorama politico del Paese egemone, cioè nella vita dei cittadini dei Paesi sudditi, è utile esaminare il punto cruciale del suo programma, spesso banalizzato come proposta di un “euro a due velocità”. L’opportunità, se non l’inevitabilità, di una segmentazione dell’Eurozona ormai è chiara agli economisti più disparati (da Luigi Zingales, a Joseph Stiglitz, all’ex commissario europeo Fritz Bolkenstein).

Ma questa segmentazione può essere realizzata in modi molto diversi. Lucke si è espresso molto chiaramente in un’intervista alla Neue Zürcher Zeitung del 10 maggio scorso. AfD non vuole il ritorno della Germania al marco: vuole l’espulsione dall’euro dei paesi del Sud, con l’introduzione di monete locali “parallele”, e il mantenimento in valuta forte (euro) dei loro debiti esteri. Insomma: una sorta di “bimetallismo”, come al tempo del non compianto sistema aureo, dove l’euro-oro resterebbe la moneta di regolazione degli scambi internazionali. Una proposta opportunistica e scaltra: i paesi del Sud infatti rimarrebbero schiavi dei mercati, perché i loro debiti resterebbero definiti in una valuta della quale non avrebbero il controllo (l’euro). Tuttavia, la svalutazione della propria moneta consentirebbe loro di procurarsi (via rilancio del-l’export) gli euro con i quali rimborsare il paese egemone. Lo ha calcolato anche Daniel Gros su voxeu.org   (29 maggio): svalutando abbastanza, un Paese come la Grecia potrebbe onorare i propri debiti in valuta forte, senza default e ovviamente senza ridenominazione in dracme. Chiaro, no? La proposta di Lucke (o di Gros) in definitiva è quella di mantenere i Paesi periferici schiacciati sotto la massa di debiti accumulati per acquistare beni del Nord, dando però loro quel minimo respiro che gli consentirebbe di rimborsarli fino all’ultima oncia di oro, pardon, di euro. Una proposta iniqua e asimmetrica, nella quale il peso dell’aggiustamento sarebbe definitivamente addossato al-l’incauto debitore, senza che l’incauto creditore (che dal gioco ha tratto i maggiori profitti) debba metterci del suo.

L’esatto opposto della proposta di Stiglitz, o, per altri diversi, del Manifesto di Solidarietà Europea: quella di lasciar uscire dall’euro i paesi più competitivi, inducendoli ad addossarsi in modo simmetrico e solidale, tramite la rivalutazione delle loro nuove valute (il “nuovo marco”) una parte degli inevitabili costi dell’aggiustamento. Il dramma culturale e politico del nostro paese è quello di aver soffocato il dibattito sull’Europa sotto la cappa della sindrome TINA: “There Is No Alternative ”, non c’è alternativa. Da quando l’euro è diventato “la linea del partito”, è diventato disdicevole per un intellettuale “di sinistra” dubitare della fondatezza di un progetto che centinaia di economisti denunciavano come avventato. Il risultato è che oggi la classe dirigente italiana è del tutto impreparata a opporre nelle sedi europee una “alternativa per l’Italia” che si opponga alla proposta opportunistica di AfD. Per riaprire il dibattito, il 23 settembre prossimo la Link Campus University e l’associazione A/simmetrie organizzano a Roma un incontro con alcuni firmatari del Manifesto di Solidarietà: sarà un’opportunità per approfondire una diversa proposta di segmentazione dell’Eurozona, meno pericolosa per il nostro paese di quella avanzata da AfD (per informazioni, asimmetrie.org).

da Il Fatto Quotidiano del 3 settembre 2013